mercoledì 14 ottobre 2009

La paura secolare degli aghi.

Un'estate fa non c'eri che tu. Adesso chi c'è non lo sa nessuno. Ottobre ci ha sorpreso con i suoi mille gradi di meno. Ci hanno abituato troppo bene e adesso la staticità dei tempi e dei modi e dove guardiamo che tanto non c'è nulla da guardare. Da sentire. Perdiamoci nei deliri urbani, nei deliri bigotti della marca, nelle tangenziali e nei paesi dimenticati. Nei caffè. Nelle sigarette in macchina con la nuova religione di dischi interi nell'iPod. La giacca mi sta scomoda, come i lunedì e i martedì e i mercoledì. Come certi sabato calibrati male. Ed eravamo partiti così bene.
E' tempo di ricucirsi i polsi mi dicevi mentre prendevamo milioni di vie a senso unico. Io ti dicevo di sì ma facevo molti pochi passi. Che tutto era perfetto così che non ci ferma neanche il San Giorgio di Addis Abeba se mai fosse esistito se mai la storia fosse stata un'altra. C'era quel ponte e c'erano quei vecchietti e chissà che sigarette fumavo. Io ti dicevo di sì ma avresti dovuto sbattermi la faccia sgranata sui marciapiedi e sulle staccionate e sulla neve che ci era caduta addosso e dirmi a me non mi freghi stronzo. Magari avrei capito e sarei andato oltre la striscia positiva di vittorie e di pareggi e di troppo poche sconfitte.
Ma sai aspettare i massacri successivi e poi svegliarsi molto tempo dopo molte vite dopo. Prendere l'ago e il filo e il polso e le vene che le schiacciamo per vedere se tornano su più grosse, cominciare a cucire. Nonostante la paura secolare degli aghi. Non ci ferma nessuno nemmeno l'abitudine nemmeno il vento. I nostri lunghi periodi i nostri bei momenti le nostre colazioni.
E allora perché restano le cicatrici sui polsi e un bel po' di sconfitte. Perché?

sabato 10 ottobre 2009

Ci prenderanno anche il mare.

Torniamo puliti e non interessati, alla fine. Dopo costrizioni e costruzioni di stile e di cartelle e di biografie. Pianificando non solo strategie storte ma magari anche pezzi di vita da incasellare nei posti giusti. Per farli fruttare. Per farci sfruttare. Per essere una sostanza ottimamente supportata da una forma interessante, come le nostre mail epistolari come le nostre sciarpe grigie e il cielo grigio e l'iPod grigio che ha smesso ufficialmente il suo servizio.
Avremo una casa bellissima piena di finestre e di tavolini bassi e di foto attaccate ai muri.
Avremo una casa bellissima con un giradischi e un sacco di vinili e un frigo sempre pieno di dolci. Così bella che il grigio non potrà entrare, che il cielo sarà sempre troppo azzurro perché è tutto un discorso di compensazione e ce lo deve. Per tutti quei momenti in cui ci guardavamo in giro e in giro c'era il nulla. I parcheggi anarchici le macchine chiuse con le chiavi dentro i vigili che dirigono il traffico che hanno causato loro. Al nostro secondo bicchiere di vino che cambiamo in corsa. Le strade di campagna dove andavamo a scopare, che hanno asfaltato come le nostre sensazioni.
Ci hanno davvero preso tutto ci prenderanno anche il mare. E saremo gonfi di vento e di tempesta o di pioggia fine e saremo persi. E allora dimmi cosa ci facciamo qua, ad aspettare che non ci resti niente, ad aspettare e i pescatori non sono tornati. A farci male nel nome di cosa? Nel nome del padre? Nel nome del papi?
E alla rinfusa i nostri vestiti migliori, la borsa col tabacco e il portafoglio e gli appunti ordinati e gli occhiali da sole. La confusione dei vostri ventanni così vicini e così lontani che io quando avevo ventanni ero uno stronzo voi a ventanni siete proprio dei pulcini. Che mi va di sputare.
Qualcosa si è rotto dentro e tutti gli altri aspettano fuori. Quando sarà il tempo ricostruiremo il tempio e sacrificheremo la nostra bellezza. E pagherete il biglietto per vedere lo spettacolo. E costerà un botto, ma saprò creare l'attenzione, l'interesse, il desiderio, l'azione. E allora con quei soldi ci verrà la casa col giradischi le foto i dolci e i tavolini bassi. Ci attaccheremo alle finestre. Alle bottiglie di traminer. Alle ultime speranze. Al palco che adesso siamo in tre. Alle ultime unghie che mi sono rimaste. Se le cercate bene le potete trovare su eBay.

martedì 22 settembre 2009

Bentornato a casa.

E' finita che siamo tornati a casa con un tempismo perfetto, perfetto come tutto è cominciato, un giovedì mattina estremamente recente. Te lo dicevo che mi mancava, te lo dicevo che si è sempre la stessa persona ma ogni tanto si sta meglio perchè si fanno delle cose che ti fanno stare meglio. Il solito giro infinito, le solite mete, che partono dal biglietto dell'autobus preso dal solito tabaccaio al solito autobus che fisicamente non sarà sempre quello ma è quell'entità sottomarinapadovastazionefs che quando arriva non puoi non sorridere. E spegnere la sigaretta sotto la scarpa, anche se altri due tiri potevano tranquillamente venire fuori. Non puoi che lasciarti alle spalle quel bar quella pasticceria quell'albergo quel pizza express, e andare. Il solito treno che anche qui vale lo stesso discorso semiotico dell'entità. Risentirci perchè così esposto raffiorano cose, riaffiorano gli odori, riaffiora quel complesso di case prima di passare per Ferrara che ogni volta ti chiedi e se nascevo qua le cose come sarebbero andate? Siamo altro, cerchiamo altro.
Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada.
La variabile dell'11, barraA barraB barraC che sia, ma anche lì, è ritrovare le mandrie di topi che vagano nel verde tra la stazione centrale di Bologna e la Montagnola. Percorrere via Indipendenza arrivare alla piazza del Nettuno, vedere le torri sempre più storte, immaginare più che intravedere casa Unhip. Così fino alla fine, così fino a San Lazzaro dentro una salaprove lasciata un po' a se stessa, a ritrovarci in tre che un po' ci sembra strano e un po' ci sembra esaltante. Allo stesso modo di vedere Noel Gallagher sul paginone di Rolling Stone che prima del concerto di Milano auspica una pausa, con gli Oasis. Il pranzo è servito, la cena è una crescentina fritta con patatina fritta con birra fritta. E i Massimo Volume all'Estragon. Che ci prende bene e ci prende male e Jim Carroll se n'è andato questa settimana e intuisci che un intero inverno di ventiquattro anni fa può morire con lui, nell'attimo in cui se ne prende coscienza, voler esser lui nell'attimo in cui canta, e lui non c'è più.
Gioco al massacro.
E noi ci siamo meno, a telefonare che ci portino due pizze. Che siamo finiti ancora prima che il venerdì sera cominci, che non ci resta che aggrapparci al divano e guardarci un film e svegliarci presto il sabato mattina per girare una Bologna accaldata, per passare davanti alle vetrine e vedere che manchi, sentire che manchi. E ci rinchiudiamo nei mobiletti, nelle deviazioni semiotiche che evidentemente ci è preso bene perché di quel libro fotocopiato e martoriato ci ricordiamo molte cose, cosa che non è così scontata. E quante c in questa frase.
Mentre giri attorno alla tavola parlando a voce alta. Mentre torno ed è come se correndoti incontro scivolo e sbatto la testa sullo spigolo, della tavola, come quando avevo cinque anni. Non che ne abbia molti di più.
Si torna a casa, e lo sappiamo che i bentornato a casa, sono molteplici.

giovedì 3 settembre 2009

Come quando fuori piove ma qui non piove mai.

Settembre, aspettando. Septembre, en attendant.
Settembre, le attese, le stanchezze, le pile da ricaricare. Provare a ricordarsi come si fa, provare a non annoiarsi, che non sarebbe giusto, che non sarebbe onesto nei confronti dei collassi, dei massacri, dei chilometri percorsi invece di dormire, delle nostre lingue che non si toccano mai, della sabbia tra i capelli di quando crollavamo mentre faceva buio. Avrei dovuto scrivere sui muri, quelle cose che ho dimenticato. Quelle cose di un luglio e di un agosto che sono scivolati lasciando qualche ammaccatura. Come quando abbiamo litigato con tutti, come quando siamo quasi scivolati per le scale di un castello medievale per i troppi cocahavana. Come quando ci sedevamo sulle panchine a guardare la laguna e le stelle riflesse e i nostri progetti di una vita migliore, per limitare gli attacchi di cuore che sarebbe già un'ottima cosa. Come quando fuori piove ma qui non piove mai.
Lo sai mi mancano i treni, mi mancano tutte quelle sovrastrutture che un po' santificavano quello che ero, il piccolo martirio del privilegiato, la grande incognita dello spiantato. Non so se sarà tutto così incantevole come l'inverno scorso, non so se sbattere i denti in un autogrill in mezzo al niente alle quattro di notte o alle quattro di mattina poco importa sarà altrettanto poetico, che inevitabilmente si cresce e forse sui muri avrei dovuto scrivere le cose da non ripetere. O ricordarmi qualche maglia in più. Ma questi sono i miei personalissimi anni zero, cominciati un po' più tardi. Che finiranno impacchettati con i libri universitari, e saranno (presto) un po' di me che se ne va.
E i ritorni sono sempre un po' zoppicanti, con le parole o con le bacchette sostanzialmente è uguale. Ci vuole tempo, anche quando non c'è. Ci vuole estrema dedizione, anche quando non si è mai stati dei campioni in materia. Ma abbiamo sempre dato tutto, quello non serve scriverlo sui muri che settembre o gennaio o aprile non fa differenza. E se mai non abbiamo dato tutto, era palese, chiaro, semplice come un quattro quarti.
Non è assolutamente una questione di arrangiamenti.

sabato 25 luglio 2009

E intanto gioco a tirare avanti.

E' solo il caldo, e le troppe ore lontano da qui. E' solo il caldo, come stavamo un anno fa. E io che ti guardo in foto e sorrido e sono onesto un po' di nostalgia mi viene. Tornerà settembre con i suoi tempi morti, con i suoi tempi moribondi. Allora ci annoieremo con il nostro bicchiere di birra in riva al mare, a goderci degli attimi che non torneranno più. Che tutto è già finito e torneremo al nostro lento sopravvivere. Bruciare il fiore dei nostri anni, annegando i piedi in dieci centimetri di mare. Pianifichiamo strategie che funzionano, ma fino ad un certo punto, passando di regione in regione di cuscino in cuscino di palco in palco di caffè in caffè.
Passiamo in rassegna cosa ci resta, che una foto è molto più immediata di un pensiero su di un foglio sgualcito. Ma come bisognerebbe essere bravi con la macchina, così si dovrebbe esserlo con la penna. E' un turbine di wannabe, mia cara, ne usciremo vivi?
Sono i 41° gradi di Bologna, a scioglierci ed agitarci insieme. Sono le interviste radiofoniche telefoniche e i sospiri di Villa Mazzacorati. Dove ci siamo lasciati prendere e ci siamo persi e quanto ne avevamo bisogno. Sono che tu ci sei e non ci sei al tempo stesso. E attendo tue notizie, dal fronte o da ovunque sei.
E intanto gioco a tirare avanti.





Just give me some candy, before I go.

lunedì 22 giugno 2009

La miscela di caffè.

Poi arriveremo ad un punto in cui tutto passerà. Passeranno i tuoi occhi e i secretshow e le visite inaspettate che riempiono e svuotano e riempiono ancora tra le bancarelle e gli 11B e le miscele di caffè. Passeranno i concerti. Passerà il tempo che allontana il Miami, il Circolo degli Artisti, il Sesto Senso. Il braccialetto rosa che apre le porte di qualsiasi posto. Ti ricordi della nuova musica italiana? La musica importante di Milano? I baci e i miei occhietti spenti e il caldo e tu che mi dici che tra tre minuti dobbiamo cominciare e io ti dico va bene ma almeno spostati da lì che piazzo le aste e i piatti. Il tuo cane con tre zampe, la mia scimmia con la sigaretta sempre accesa. Una collinetta che diventa una capannetta e la mia camicetta filogaypride.
Sentire in lontananza è un piacere essere qui oggeeee dal Pertini ci lascia, come dire, basiti. Per non dire sconvolti. Sconvolto almeno quanto il mio intermezzo delle tre antimeridiane in un non meglio imprecisato autogrill tra la Lombardia e l'Emilia alla disperata ricerca di un pacchetto di camel e di una brioche alla marmellata. Fear and loathing.
Cambiano gli autogrill e le latitudini e Roma e il Circolo degli Artisti lo si aspettava da un po', come di perderci nei raccordi anulari interstellari e alla Magliana, che hanno ucciso l'ultimo dei capi poco tempo fa, e ora non è rimasto più nessuno. Che uno dei capi storici è sepolto con tutti gli onori in Vaticano. C'è il giardino e la piscina fuori del Circolo, e l'aria condizionata che sul palco non si sente per niente. E Uncinetto, quanto tempo è passato, che piacere è stato. Ti vedo più adulto mi dici ci mancherebbe dopo tutto quello che mi è successo se fossi il bambino di prima sarei decisamente ritardato ma arrossisco. In attesa che ci arrestassero che c'era pure Gheddafi, in giro, a Roma, magari non al Circolo, magari non al Link, a fare mattina. Ci dovevi essere quando al primo vero colpo della prima vera canzone si è spezzata una bacchetta e ho quasi abbattuto Marcello. Avresti sorriso, o avresti tirato fuori la lingua. Lo so.
E il Sesto Senso, un giorno passeggeremo in via Petroni e ti dirò sai qui una volta c'era un locale era bellissimo anche se si sentiva da culo alla fine è stato uno dei posti che ho frequentato di più quando sono arrivato a bologna ci ho visto egle la prima volta ho conosciuto matteino e un sacco di persone a cui adesso sono in qualche modo legato ci abbiamo suonato per santificarne la chiusura è stato surreale è stato strano.
Strano come prendere in mano le bacchette della steeldrum davanti a un po' più gente rispetto che una salaprove. Strano come il timpano che danza con i miei mojito sul palchetto. Strano come tornare a casa, il giorno dopo, e lasciarsi tutto alle spalle, e ritrovarsi nei quaranta gradi di una Padova che appartiene ad altri. Che appartiene agli universitari. E sentirsi male mentre mi dici a memoria tutte le leggi i decreti legge le proposte di legge le leggi mancate e io che a malapena conosco le due su cui si basa l'esame. Poi però mi dici una delle due che conosco e allora capisco che ti stai autoconvincendo di saperne a pacchi. E in realtà non sai un cazzo, come tutti noi. Allora sto meglio. Allora venticinque.
Ritaglio attimi di silenzio e di fumo di sigaretta, passa il treno veloce la mandria resta a guardare, inutile aspettarsi una reazione che non c'è. Le verità sparate come le camel senza filtro e i sorrisi amari al limite delle lacrime. Che la cosa nasce e muore qua, nasce e muore così, perchè più attenzione significherebbe più interesse e significherebbe maggior coinvolgimento e significherebbe che non se ne esce vivi. Che a volte lascio che le cose passino e mi sfiorino, anche se poi quell'impianto era troppo piccolo e si sentiva veramente male ed è stato un po' un peccato perchè Benvegnù è sempre Benvegnù.
Basta un abbraccio, nella penombra, andare a mangiare del pesce dove lo fanno bene, basta la consapevolezza che non ci prenderanno mai e se ci spareranno contro non ci uccideranno. Che anche con il pavimento pieno di sangue e i movimenti lenti e tirati, potremo guardarli e dire loro sbiliguda venial con la supercazzola prematurata confesso come foss'antani con lo scappellamento a destra e costantinato ammaniti fifttyfifty per la fine come fosse mea culpa.
Loro non capirebbero, in ogni caso. Ed è per questo, che ce ne andremo. Vivi.

lunedì 1 giugno 2009

Don't remember who I am.

Per essere più cattivo ho guardato un po' di foto vecchie trovate chissàddove e un po' di nuove, che non ci riguardano più. Che poi ho scoperto che le hanno guardate tutti, quelle nuove. E ho tirato fuori il cd del Teatro degli Orrori. Con il rischio di sembrare in qualche astrusa forma, come dire, interessato. Invece le impressioni confondono e semplicemente mi scioglievo al sole, e mi ripetevo a bologna è peggio a casa magari tira vento fai che non ti trovi fai che almeno stavolta...
Fai invece che anche questa volta ti trovo e ti ascolto appena. Come un lento costante rumore di fondo come il lontano rimbombo di un pensiero scomodo. Fai che mi passi la mano tra le costole e fai finta di preoccuparti, ci sta. Fai che un peluche che prende il sole sia una cosa quantomeno insolita da sorriso sincero, ci sta. Fai che quando realizziamo di stare su continenti diversi poi è come buttarsi da una discesa leggera, che è tutto più facile, che l'equilibrio è stato trovato e non si cade più. Ma non puoi chiamarmi col suo nome. Non puoi confondere, mischiare. No, cazzo. Io sono io, lui e lui. E ci passa molto più che un continente.
Che poi alla fine non sono per nulla cattivo, ho solo voglia di mangiare, ma non ho appetito. Di avere tempo con gli Amycanbe in sottofondo. Il tempo che è rimasto proprietà di tutti gli orologi che ho fatto sparire da camera mia perchè non mi fanno dormire. Il tempo che dovrebbe essere quattro volte tanto per fare la metà delle cose che devo fare. Così avremmo più tempo di parlare della differenza che passa tra un cantante e un interprete. Così avremmo più tempo di leggerci le mani e gli occhi e di sventrarci nelle nostre partite serali di calcetto, sempre più squadra da dopolavoro con pretattica al bar, e caffè-sambuca-sigaretta.
Che poi alla fine basta che ci arrabbiamo e chiudiamo gli occhi, che litighiamo mentre parliamo di niente in particolare, che dio nello specifico è ebreo e suona la chitarra nei Monotonix, che così le settimane passano e non ne sentiamo troppo il peso. Che una volta strattonavamo il mare e adesso il mare è arrabbiato e si è alleato col freddo, che sono dieci gradi di meno e si sentono tutti.
Quando mi chiedi adesso hai meno freddo? Quando ti dico me ne vado per un po' e il Nantes è retrocesso ed è un peccato perchè a Nantes mi ci sarei trasferito di corsa ma non andrei allo stadio a vedere una partita di ligue2. Che ci sono già passato. Ed è come buttarsi giù per le scale. Che ci sono già passato, giù per le scale, con la valigia piena e tutto il resto.

giovedì 21 maggio 2009

Alcuni dicono buonanotte la sera

Poi tutto d'un colpo ci si sblocca. E si torna alle sensazioni antiche, e ai crampi alle dita. Si passeggia per un lungomare che non è quello solito, ma è svariati chilometri più a sud. Che lo hanno intitolato a Berlinguer ma non lo sa nessuno. Allegando telefonate sempre peggiori e stati d'animo confusi, ai piedi che affondano nella sabbia e a tutto il vino che abbiamo bevuto. A controllarne la densità sul bicchiere e l'effetto nello stomaco.
Si sente che hai bevuto mi dici hai la voce un po' impastata mi dici è colpa del vino ti dico ci vediamo presto mi dici sì volentieri se sopravvivo a stanotte concludo.

...e gente che intanto passeggia per la mia camera e mi dice sta' tranquillo fai come se non ci fossi...

Percorrevamo strade diritte baciate da un sole sempre più caldo, ma nella testa ci portavamo canzoni tipicamente invernali. Di quelle che appena attaccano già imprechi perchè ti ci voleva una maglia più grossa. Portavamo le metropolitane prese al volo e la neve agli angoli delle strade. Ho visto più neve quest'inverno che in tutta la mia vita. Portavamo il freddo e le scene di te che tiri fuori il tabacco le cartine i filtri ma ti tremano le mani e allora in qualche modo ti vengo in soccorso anche se tremo più di te, e che in altri mondi e in altri modi mi dicevi tu sei freddo ma non mi ricordo bene il posto e non mi ricordo bene il motivo. Mi ricordo solo che la parola altro si addice benissimo a quello che sono. O portavamo l'alienazione di un tu sei diverso detto a denti stretti e qua sì che mi ricordo il posto e il motivo e i poster attaccati ovunque.
Poi tutto d'un colpo ci si sblocca. E le coincidenze ci vengono male, il cuore in gola e i vecchi libri che vengo a riprendermi sparsi un po' ovunque. Questa nuova malattia per farmi dormire meglio e scegliere per disperazione in un autogrill dimenticato-da-dio un Hornby...

Nick, perchè ci sei caduto anche tu? Perchè anche tu come i Marlene Kuntz?

...che dice che Shakespeare scriveva per soldi quando in realtà potrebbe dire che Hornby scrive per soldi e tu coglione gliene hai appena regalati un po'. Come se ne avessimo. Come quando il fantomatico professore di italiano ci diceva guardatevi dai professori che vengono a lezione solo per prendersi lo stipendio e magari non si rendeva conto davvero che un professore così ce lo avevamo davanti.
Prepariamo le vie di fuga, che non si sa mai, e coloreremo il mondo di quel rossiccio che una volta erano le citazioni. Tanto non arriva. Invece arriva eccome. Il click sordo e ignaro della porta e i passi decisi in soggiorno.
Mentre no, non sono a casa.
Mentre sì, può essere, ti richiamo.
Vieni a portarmi una sigaretta.
Ci va di litigare forse solo perchè se litighiamo vuol dire che c'è qualcosa che non va. E invece va tutto bene, e non ce lo aspettavamo e quindi siamo persino spaesati. Ti rendi conto?
Come il Beat Cafè di Marina di San Salvo e la Villa Franchin di Mestre, i nostri chilometri macinati fianco a fianco rendendo comune tutto anche quello che non c'è. Stringendoci forte e volendovi un bene infinito e magari non ve l'ho mai detto ma adesso è quello che sento. Allora ti verrò a raccontare di quando passavamo per Ancona e dovevamo arrivare a Venezia e allora chiudevo gli occhi ed eravamo già a Cesena. Ti verrò a raccontare che ogni tanto certe cose andrebbero semplicemente skippate o velocizzate come l'oki sotto la lingua che così fa effetto prima e ci rende quantomeno presentabili.
Non saprete mai quando l'oki mi finisce sotto la lingua.
Non saprete mai quando ci siamo abbracciati ed era passato un po' di tempo dall'ultima volta. Non saprete mai cosa ho sentito.
Forse tutto questo è perchè mi sono tagliato i capelli e sembro un dodicenne con le basette.

lunedì 11 maggio 2009

L'altamarea ci porterà via, credimi.

Allora diciamo che l'Handmade è stato più di quanto un giovane irrequieto rompicoglioni che suona la batteria poteva chiedere a un primo di maggio. Mi hanno chiesto di dire com'è andata, qui, che almeno si capisce qualcosa. Così pensano, immagino.
Poi diciamo che sabato i Blake/e/e/e sono capitati al Vibra, a Modena, che sono concerti che iniziano alle una della notte e autostrade chiuse, che sono piatti che si raffreddano e camerini allagati, che sono precisioni chirurgiche e improvvisazioni al limite della follia.
Alla fine diciamo che tutto si può riassumere con un grazie ad un ragazzo nato a Taranto svezzato a Livorno e trapiantato a Bologna. Lui e i battesimi di fuoco e le trentatrèore.

Poi ci ho pensato tanto e ci ho pensato a fondo. Il più delle volte costringendomi a parlare a voce alta alla sigaretta che avevo come sesto dito. Perchè è difficile, è complesso, a tratti è irreale. E' come non dovrebbe essere. E' difficile persino da pensare. Figurarsi da scrivere. Mi ero ripromesso di non ascoltarlo nemmeno, invece penso che davvero chissà quando guarirà questo cuore anoressico. Poi mi consolo che un per sempre non esiste e quindi non è poi così male, si è solo un pò più esposti.
L'altamarea ci porterà via, credimi.

martedì 28 aprile 2009

Poi le cose presero un'altra piega...

Poi le cose vengono fuori come questa primavera. Siamo totalmente fuori stagione, siamo sotto questa pioggia acida e l'ombrello chissà dove lo abbiamo lasciato. L'ombrello forse non lo abbiamo mai comprato, ma eravamo troppo distratti per farci davvero caso, eravamo troppo presi per pensare agli eventuali jeans inzuppati, alle converse che sarebbe ora di cambiare, o alle scarpette simileleganti che le troviamo con Marci nei negozietti imbucati di Bologna, quando stavamo già per arrenderci e per tornare a casa.
Poi le cose vengono fuori come questa primavera e guardiamo il fiume ingrossarsi dall'argine, e ci chiediamo se resisteremo in piedi o se ci ritroveremo in qualche mare inquinato. Se andremo in Messico e lo troveremo senza nuvole. Magari, di questi tempi è quasi meglio la Normandia, che sarà ancora schiaffeggiata dal vento e dal freddo, ma lì è normale e allora ci sembrerà un paradiso. Solo perchè è autentico, solo perchè è così che deve essere.
Così poi ad un certo punto passerà tutto questo e sarà un caldo infernale, e ci lamenteremo anche di quello, che è arrivato troppo presto, che è arrivato troppo improvviso. E allora ci guardiamo indietro e vediamo i segni che la primavera ha lasciato sulla giacca, il verde e il giallo che è rimasto. Che non va via con una scrollata, nemmeno con una scrollata di quelle decise, di quelle che poi le dita tremano un pò.
Poi prenderemo in mano le bacchette, e non ci sarà nient'altro. Mentre il libro che cercavo in biblioteca è stato già dato a qualcuno, e altri sono già in coda per leggerlo. Perchè ci arrivo sempre dopo? Allora semplicemente mi infilo in mezzo agli scaffali, senza fretta, senza quella solita irrequietezza, senza il peso di altri nomi, di altri significati. Ti vengo a cercare, e ti trovo.
Domani in treno tirerò fuori un bel libro, dalla borsa. Anche se fuori continuerà questa primavera del cazzo.
Buona visione.

mercoledì 15 aprile 2009

Dormito bene?

Che poi se ci penso bene, una foto ce l'abbiamo anche. Che è venuta male, che è venuta mossa, ma ce l'abbiamo. E vengono male un sacco di cose, e allora ti dico scappo e sono le cinque del mattino in un taxi e in cinque non riusciamo a pronunciare una esse senza biascicarla.
E vengono male un sacco di cose, compreso questo male devastante di tonsille che sembrano bombe a mano. Portami ancora in quella barca tutta fighetta col mio bicchiere di franciacorta, a guardare steso sul ponte il sole e Venezia e i suoi sei milioni di turisti. Sistemandomi i rayban mi chiedi se sono abituato a lasciarmi la terraferma a distanza e ti rispondo l'ultima volta che mi sono steso in una nave era una cuccetta sfatta ad Amsterdam e adesso c'è più di qualcuno che mi saluta con ciao mattia dormito bene? anche alle sette della sera.
Portami ancora ma ti prego questa volta fai durare il tutto un pò meno. E fai durare il tramonto un pò di più, che è così riposante mentre annega nella laguna, riposante magari come lo direbbe Fossati ne Il Battito, una cosa così. E fai durare questo tempo e trasformalo e trasforma noi con lui, noi e le nostre passeggiate e i nostri puntini.
E tra tutte le cose che vengono male, magari qualcosa no. Qualcosa resiste. Una parte del mondo... in aprile.
Qualcosa resiste, e resiste fondamentalmente perchè siamo bravi.

mercoledì 8 aprile 2009

Altri nomi - Unwound, Padova

I ritardi mostruosi e la voglia di scrivere.
Che siamo tornati da cinque minuti e già stiamo montando gli strumenti sul palco dell'Unwound. Padova, che era un pò casa mia. E c'è Egle, e il suo telefonino, e la sua chitarra da martire. E il resto siamo sempre noi che facciamo una cenetta tranquilla e le nostre discussioni serie che moltiplicano i grappini. E ci siete quasi tutti e mi riempite il cuore sotto la maglietta blu che si inzuppa ogni canzone di più. E le bacchette volano, e la tensione si spezza ma c'è che non è più marzo e marzo era il mese delle cose che non bisognavano di spiegazioni. E aprile magari sì. Tutte queste e a inizio periodo mi stanno stancando, terribilmente. Come tutti questi avverbi a fine frase, ovviamente.
Lasciamo carte d'identità, lasciamo vinili, lasciamo dischi, lasciamo cose e persone.
Roberta grazie per la pazienza e quel cane che non ne voleva saperne di smettere di abbaiare. Mentre buttiamo a terra tutte le maschere del mondo e ce ne rimane sempre e comunque una appiccicata in faccia. Che ci viene male al pensiero che forse è proprio quella, l'originale. L'inizio.
Enver grazie per la foto che te lo dico qui, che l'ho messa.


E perchè alcune canzoni dei Massimo Volume segnano dei passaggi così profondi, me lo chiedo spesso e volentieri. Anche con l'iPod volutamente random. Anche con tutto il resto, necessariamente random.


avremo altri nomi
e altri modi per perderli di nuovo
chiameremo nuovi numeri e avremo altri nomi
e altri modi per perderli di nuovo
è venuto il momento di andare
e di dimenticare ciò che era e ciò che è stato
ciò che era e ciò che è stato

giovedì 2 aprile 2009

Il tour diary, l'altro.

Non abbiamo troppe parole, che le abbiamo già spese su rockit. Che ce lo hanno chiesto. E magari da soli ci siamo arrivati ad essere meno ingarbugliati, e scrivere un po' con l'apostrofo e non un pò con l'accento. E le cose che non riusciamo a dire magari le sentiamo o magari semplicemente le abbiamo fotografate.
Chioggia, Padova, Bologna, Innsbruck, Vienna, Zilina, Haag, Brno, Dresda, Darmstadt, Amsterdam, Eindhoven, Parigi, Nantes, Rennes, Tilburg, Berlino, Immenstadt, Bologna, Chioggia.



Litighi col TomTom, e realizzi che davvero, un via per nowhere, esiste, e nowhere è in Repubblica Slovacca. E ti proteggerò da questi hotel dalle insegne spente, ma ogni tanto vedrai che ci andrà bene, a fumare dalle finestre e a lanciare i mozziconi nelle vie che per noi non avranno mai un nome. A suonare a parlare a bere con delle persone che non avranno mai un nome. E non avranno mai un'età.

Come quando ci sparano degli sbarchi in Normandia proiettati sulle nostre teste. Noi non vediamo quello che siamo, ma quello che non abbiamo ancora.


Ci diranno che è colpa dello slivovitze e delle corone ceche. Di una città che è divertente e degli aftershow che durano fino a quando si vede un pò di luce entrare dalle finestre. Davvero gli anni ottanta cecoslovacchi hanno lasciato in eredità Samantha Fox, anche nel duemilaenove. Davvero a volte basta poco per sentirci un pò più leggeri e per ridere del nostro pavimento comodo. E i cuscini di tatranky. E i tempi bui coccolati da PostPunk1978-84. E le marlborolightmorbide a due euro e sessanta.


I nostri lunedì sera in Germania Est. Camminando per le vie di Dresda a cercare le macerie che non troviamo e di cui tanto ci hanno parlato. E ti telefono, ti ricordi? E anche Bruno passeggia a casaccio e le nostre sigarette fatte col van nelle che è una mattonata di tabacco ma è buono come pochi altri. Come te. Dresda resterà nelle mattine gelide che ci scattiamo delle foto oscene. Dresda resterà nelle pasticcerie spoglie e nelle loro tazze di caffè. Battere i denti sbattere i pugni. Battere i denti sbattere il cuore.

Ci capitano le ville occupate. Ci capita che c'è un biliardo e gioco da solo, e la bianca imbuca tutte le palle e mi sembra strano. Che non è mai successo. Spezzi l'incantesimo appena prima della fine e l'ultima, la numero otto, non vuole entrare. Entra solo con dei tiri random. Colonizziamo le ville occupate, che una Fujifilm ogni tanto ti scatta anche delle foto carine. E l'ultima sigaretta che ti lascio perchè dobbiamo fare i bis. E siamo sul palco e Bruno e Marcella la loro sigaretta ce l'hanno ancora tra le dita. E sorrido, e l'archetto distrutto. Che qui non è rockit, che qui il minuto di silenzio, lo si deve rispettare.


C'è il pesce Iocca e l'orso Bruno. Un iPod scarico. E le tastiere tedesche che perdonatemi le mail e i messaggi pieni di dieresi.


Amsterdam non l'abbiamo vista. Se non dal ponte di una nave. Che se vuoi puoi diventar parte dell'equipaggio, basta che tu sappia fare qualcosa di utile. Ma se ti capitano le cene a base di mango, scappiamo via insieme che magari ci ritroviamo a camminare per le vie di Rostock, o di Amburgo. O magari a San Pietroburgo, tra i suoi mille ponti. E tutti i gradi sotto lo zero.

I nostri modi estremi di rilassarci. E le viste simpatiche dagli appartamentini in concessione. Eindhoven era la città del sig. Philips ed è la città della Philips. Quando ci mancherà l'ispirazione a Torino, verremo qui a terminare il nostro romanzo post-industriale. Dove le biciclette investono le automobili, dove i pompieri vengono a dirti tranquilli è solo un falso allarme.
Suonano gli allarmi dentro e fuori, e le sentiamo nella testa in ciabatte e cappotto col bavero alzato fuori dalla finestra che in casa non si può fumare. Che cominciamo a scricchiolare e ci facciamo male ed è un pò come leggere Dostoevskij.

L'onomastica emiliana la troviamo a Ourcq. Torniamo a Parigi. Cerchiamo una lavatrice cerchiamo una presa per attaccarci e ricaricarci. Sono posti già visti ma visti così è un'altra cosa, anche tagliare Parigi a caso per arrivare da qualche parte. Anche camminare io e i miei pensieri per capire se davvero Parigi è una vacanza o è una parentesi. O è che ti prende male che sei fermo in Place de la Bastille o che passi la notte senza dormire. E in assenza di stampanti fotografiamo le mappe per i checkpoint con la digitale. E nell'altra mano un macaron au chocolat. E nell'altra mano una valigia. E nell'altra mano una Pall Mall blu solo perchè non abbiam voglia di rollare. E nell'altra mano un cellulare scarico. E nell'altra mano una stecca di cioccolato alla creme brulè. E nell'altra mano tutti i cosamifai del caso. E ho finito le mani. Che ci stravolgiamo alle undici della mattina. E fortuna che la gente di Nantes è tranquilla, e calorosa. Che non ti fa pensare, ti fa ascoltare i Fugazi e fuma sigarette senza filtro.

Quando tre fonici ne valgono mezzo. E la batteria non ci sta. E perdi una bacchetta e Bruno ti guarda e sogghigna e si gira subito sulla nordelectro che se va fuori pure lui possiamo anche alzarci fare l'inchino e andare via. E odio il cocco quasi più del mango. Decisamente di più. E le telefonate non ci vengono bene.


Berlino è un sogno. E sfuma le parole che tanto sono inadatte. Non è stata ripresa, Berlino. E' stata semplicemente vissuta finchè non ce n'è stato più. Finchè ti accorgi che più di così ti fa male e ci vuoi restare. Non sarebbe bello. Non sarebbe eroico, abusarne. Tu e tutte le cose che non mi dici e tutte le cose che ho capito guardando fuori del finestrone della camera. Che non si vedeva tanto, ma si vedeva il giusto.




Una rondine non fa primavera ma a Immenstadt probabilmente non sanno nemmeno cosa sia, una rondine. Non sanno cosa sia la primavera, se questa è la primavera. Metri di neve e un ponte strano dalla forma improbabile come le nostre conversazioni e un albergo con delle porte in vetro che non le vedi e ti ci schianti contro. Mentre imprechi che ci siamo svegliati dopo tre settimane. E spingiamo il Ducato sventrato verso l'infinito fatto di neve e di strade di montagna che pensi adesso sbuchiamo in russia. E invece sbuchiamo in Austria. E al primo autogrill italiano litighiamo con i primi mentecatti italiani. Per sentirci un pò più a casa. Per tornare ai messaggi gratis e alle telefonate senza l'euro in sovrappiù. Per dirti sono sceso dalla giostra e mi stavo divertendo.

Il treno lo prendo sotto il sole e in realtà è quello delle undici e cinquantasei che parte con mezzora di ritardo ed esibisco il primo maglioncino di cotone sbucato fuori dalla valigia. Sulla via di casa. Che mio fratello lo hanno trovato a piangere sul mio letto, lui e i suoi sette anni. E che è la prima persona che abbraccio e sarà una delle ultime. Almeno con quel trasporto.

E fa che il giorno si dimentichi di arrivare.

E fa che il giorno si dimentichi di arrivare.


Quanto abbiamo preso, quanto abbiamo perso, quanto abbiamo vissuto, quanto siamo morti. Non lo sapremo mai con precisione. Resta un pinguino. Tu non sai di cosa sto parlando, ma è così che finirà, un giorno, improvvisamente.

mercoledì 11 marzo 2009

Border Radio European Tour


Partiamo, e non è cosa da poco. Ci risentiamo tra un pò, intanto ci imbarchiamo in questo. Che non è poco, che non è male. Arrivederci.



lunedì 9 marzo 2009

Portami dove non bisogna parlare - Off, Modena / Ortosonico, Giussago (PV)

Tante cose e poco tempo. Una valigia da preparare. Una valigia da riempire. Ma c'è sempre un prima. Prima certe cose non le pensavamo nemmeno. Poi abbiamo cominciato a realizzarle dicendoci stiamo diventando grandi, nonostante tutto.
Prima era mercoledì ed era l'Off di Modena sotto la pioggia e le cene convenzionate. Ricercando una cultura davvero sottostante, o forse no. I Ministri hanno certificato il loro passaggio nel bagno del camerino, marchiando la porta di un pennarello indelebile. Poi sono arrivati i Calibro35, ma ormai era tardi. Noi ci limitiamo a suonare, perdendoci nei visuals che ci vengono sparati dietro e nel corridoio dietro il palco. E negli abbracci di e col Piombo, e la sua lei, e in 33secondi mi svuoto con 33ore perchè i mattoni pesano nello stomaco in maniera indicibile, mentre si esauriscono le camelmorbide e disquisiamo sul perchè sono le uniche sigarette ad avere un prezzo vago, mutevole.


Le colazioni greche a casa Sommacal e l'orologio della cucina che è più fastidioso della pioggia. E ci ritroviamo a Chioggia a bere un bicchiere di bianco, a dirci se me lo avessero detto sei mesi fa mi sarei messo a ridere, per motivi tutti nostri.
Egle suona al Big Fish giovedì, ragioniamo in piastrelle e facciamo tardissimo guardando il mare dal poggiolo ed è una gara a chi lancia più distante i mozziconi di sigaretta, e il romanticismo musicale è un qualcosa che non ci appartiene, anche qui per motivi tutti nostri. Che ci viene da ridere a sogghignare a vicenda io non invidio la tua età nonostante tutto ma ne riparliamo tra vent'anni.
Si passa alle cose strane come il pranzo a casa, quella pasta veloce che poi dobbiam tornare a bologna che invece diventa un antipasto-primo-secondo-contorno-dolce-caffè che quando saliamo in macchina siamo costretti a farci un'altra sigaretta, motore spento e finestrini abbassati, sotto il portone.
Sabato prendiamo il sole ma non lo rivendiamo e ce lo teniamo stretto mentre andiamo a Pavia all'Ortosonico, che è una cascina spersa nella campagna e il backline è una batteria jazz microscopica. Come quella di mio fratello. Togliendo la risonante della cassa non per essere punk ad ogni costo, ma solo per farmi sentire. Sabato arriva la Franci che non ci vedevamo da sette anni quando si era bambini o giù di lì e si condividevano le passeggiate in montagna e i canederli e i gelati mostruosi del Martagon. E il passato lo lasciamo indietro apparte qualche cenno sparso, concentriamo l'attenzione al presente, che mi viene da stropicciare gli occhi mentre ti vedo tra il pubblico e stoppo il pedale che decide di farsi un giro proprio mentre sto suonando.


E siamo a casa che fa quasi giorno, e mi sveglio presto e non mangio per essere a casa in tempi brevissimi. Ritrovandomi ad aspettare un treno che non arriva mai per tre ore alla stazione deserta di Rovigo, perdendomi con Matilde e i suoi tre padri e in infiniti monologhi contro la divinità attualmente in carica.
Se lo ricordava come fosse ieri. Lei s'era rifiutata di sorridere per non mostrare l'apparecchio ai denti e, al momento dello scatto, aveva girato lo sguardo verso di lui. Il braccio di Pippo intorno al collo, suo padre teneva gli occhi socchiusi. Una goccia di sudore gli colava lungo la tempia, e aveva un'espressione beata dipinta sul volto. Sembrava felice. Invece era solo fatto.
Che Chioggia al mio arrivo sfatto è immersa in un buio pesante come certi silenzi. Quelli che ci facciamo in quattro per limitarli. Per accenderli. Che non è come incendiare le farfalle meccaniche, ma poco ci manca.
Che non è come dirvi addio, ma un pò è stato così, anche se il passato è volato, e non vediamo perchè non debba essere così anche il futuro.
Domani si riparte, per una trasferta un pò più lunga del solito.
E' davvero strano vivere cose che solitamente ti arrischiavi persino a sognare. Che erano troppo. Che ora sono.
Portami dove non bisogna parlare.

martedì 24 febbraio 2009

Una storia un pò così - Gratis Club, Senigallia (AN)

Meglio scriverti, prima di dimenticarti. Meglio dirti di come sono andate le cose. Che poi tutto va a mischiarsi in qualcosa di indefinito, che poi tutto diventa indistinto, come quando fuori piove. Ma non piove, allora come quando siamo distanti.
Senigallia non è dietro l'angolo e questa non è esattamente una scampagnata e non sembra vero nemmeno a me quando ti dico che siamo carichi e stanchi allo stesso tempo. Ma è vero. Ma è vero come è stato tutto meccanico, ma è vero come la telefonata delle undici che mi fai ti disturbo? hai da fare? e io no figurati tranquilla tra dieci minuti dovrei salire sul palco ma tranquilla. dimmi.
Senigallia e mi pare di stare a casa solo perchè il vento ci scompiglia i capelli, ma non ci ruba le parole, semplicemente perchè non ne abbiamo. Che sembriamo dei giapponesi, e battiamo i denti e ci abbracciamo perchè fa davvero un freddo fottuto (cit.).
Poi siamo saliti sul palco, ci siamo seduti, abbiamo suonato, ci siamo alzati, abbiamo ringraziato, siamo scesi dal palco.
Poi sul ritorno troviamo la cioccolata alla creme brulè, quella di quella volta, che sembrano passate quindici vite e invece era solo ottobre. Così ci ripensiamo, in silenzio, accendendo una sigaretta e soffiando il fumo al di là del finestrino abbassato.
Il resto, il vino bianco, Hugo Race, i cocarhum, il party indiano, il divanoletto, è una concatenazione di fatti accaduti in qualche ordine e in qualche luogo. Come quando bombardano i soffitti delle chiese o quando ti dovrei dire una cosa ma so che ci sarebbero dei punti oscuri dimenticati annacquati e quindi verrebbe fuori una storia un pò così.
Ciao caro ma che hai combinato? mi dice Chiara baciandomi la guancia quando entro a casa sua e si vede che sto ancora dormendo dopo un riposo notturno durato quattro ore scarse niente chiara diciamo che ieri sera ci siamo andati giù davvero pesanti dico io e a volte quando Egle non dice nulla è come se avesse detto molte cose.


e ogni numero era occupato
e ogni numero era sbagliato

lunedì 16 febbraio 2009

Le dogane e gli inverni

Poi sono tornati il sole e i pomeriggi azzurri, dopo un sacco di mesi di troppa notte. E allora magari ci prende bene metterci fuori una mezzoretta a guardare il mare dal balcone. I tempi sono bui ma come ci siamo detti i tempi saranno anche messi così ma insieme è tutta un'altra cosa. E usciamo di casa dopo tanta assenza e dopo il nuovo corso che ci siamo dati e che abbiamo intenzione di rispettare. Che dobbiamo rispettare per forza, in realtà, che siamo stanchi di questo limbo, e le giornate di sole ci aiuteranno relativamente.
E mercoledì c'è quel treno che mi aspetta, che cambierà il vagone cambierà il controllore ma è sempre lo stesso treno. Che Saussure lo classificherebbe come entità, in quest'ultimo spero rigurgito semiotico.
E giovedì c'è il Gratis di Senigallia e l'ennesima discesa accampata a dare le testate al timpano con il libro di organizzazioneaziendale e le sigarette do-it-youself. O forse addirittura con le camelmorbide, vogliamo rovinarci.
Intanto sfumi in maniera involontaria perchè ti sei messa addosso un vestito che non riconosco e mi sembra impossibile che tu sia tu. E non una brutta copia, e non un brutto sogno. Ma queste cose non serve nemmeno che te le venga a dire, che tanto non mi sentiresti, dovessi urlare per ore. Sarei sempre coperto dalla mediocrità di questi tempi bui.

veramente vivo in tempi bui
riuscivi solo a chiedermi per quanto?
e ora son diventato buio anch'io
che cos'hai tu da brillare tanto?
e mi cambierò nome
per passar le dogane e gli inverni
andrò sempre più giù dove non serve tenere gli occhi aperti
e mi cambierò nome
ora che i nomi non valgono niente
non funzionano più
da quando non funziona più la gente

sabato 7 febbraio 2009

Non vediamo alcuna ragione per considerare il segno soltanto come segno della sostanza del contenuto,o solo come segno della sostanza dell'espressione

Poi è vero, fatichiamo a mettere in fila i pensieri. Le linee e il carattere lineare del significante di Saussure. I vuoti e l'odio profondo nei confronti di Hjelmslev. Aspettando Peirce.
Sognare di uscirne vivi sarebbe già un traguardo importante, perchè uscirne vivi è impossibile. Perchè presto torneranno il sole e i concerti e soprattutto i tuoi occhi. Presto collezioneremo di nuovo biglietti dei treni. Così andremo finalmente a berci il nostro cocktail borghese con vista sulle due torri, che costa un botto e magari farà anche schifo. Ma ci convinceremo che in realtà stiamo pagando il servizio, stiamo pagando la forma, non solo la sostanza.
In realtà stiamo pagando qualcosa che non sappiamo e ce ne rendiamo conto giorno per giorno, esibendo splendidi sorrisi di circostanza. I sorrisi sinceri li lasciamo dentro le stanze vuote. Che sono così poche ma così grandi che da soli non riusciamo a riempirle, che sono come organizzare i dayoff per vederli andare in fumo mezz'ora dopo.
In realtà è solo colpa di questo inizio febbraio, è stata colpa di questo fine gennaio, è stata colpa della pioggia e del sosia dell'uomo-dei-fumetti-dei-simpson. Che esploda.
Che esploda skype e il telefonino senza credito se dobbiamo litigare, se dobbiamo giocare a scherma con i nostri punti di vista.
Che esploda quell'aggeggio inutile che fa risuonare l'iPod nella vecchia amatissima scalcinata opelcorsamille, il suo cigolio inutile che disturba le parole e le canzoni e le mani tra i capelli.
O forse, davvero, è come dite voi, che ascolto musica un pò triste. Che la preferisco al ritornello figo e accattivante che ho già dimenticato prima che finisca la canzone. E ci sorrido, e penso ad Alta Fedeltà, e penso al quesito esistenziale di Rob ascoltavo la pop music perchè ero un infelice. o ero un infelice perchè ascoltavo la pop music?
E ci sorrido un pò più forte perchè non sono nè infelice, nè ascolto la pop music. E ci vediamo presto.

mercoledì 28 gennaio 2009

Al massimo

Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore, tu chissà dove sarai. Io al massimo sarò fermo a soffiare dentro ad un etilometro e a chiedere all'ordine costituito come si fa? che non è che sia un habitué, che ormai già vedevo all'orizzonte il letto e le tapparelle abbassate e quella lampada dell'ikea che accendo e spengo con il piede. Io al massimo sarò davanti a questo computer a organizzarmi la vita e a chiedermi perchè la scrivania che ho sistemato tre giorni fa è già tornata ad essere un bordello anarchico. Ridendo che tra le persone che potrei conoscere in facebook c'è Gianni Maroccolo, e non c'è il mio vicino di casa. Io al massimo sarò da qualche parte a sogghignare su qualche palco e a togliermi i capelli dagli occhi perchè non vedo il rullante ma poi tanto se mi prende bene suono con gli occhi chiusi. Io al massimo prenderò in mano i libri e mi costringerò a studiare, per provare ad emulare il bravo studente di una vita fa. Quello dei voti alti che si presentava alla maturità dicendo all'odiato professore di italiano chiedimi quello che vuoi che tanto so tutto, e sapeva tutto.
Quando strattonavamo il mare, dove andavamo a farci male?

"Grazie, questa è la sua patente, può andare, buonasera".

giovedì 22 gennaio 2009

Lo sgarbo del tobral - sPAZIO211, Torino

Ci svegliamo un sabato mattina di gennaio e non abbiamo gli occhi. E non sappiamo assolutamente dove siano, mentre mi sfioro con le mani e sento solo ciocche di capelli inutili appiccicate ovunque. Sbatto contro qualcosa devo tagliarmi i capelli devo farmi un caffè sono gli unici pensieri. Poi magari mi sveglio davvero. Ti chiamo non ti chiamo per dirti che sono diventato cieco? Non ti chiamo. Solo perchè ti faccio già preoccupare abbastanza solo perchè sei anche tu a Bologna. Solo perchè piano torno alla vita, annegando nel getto freddo del lavandino. Il sollievo di realizzare che gli occhi ci sono lo stupore di realizzare che gli occhi sono due squarci rossi. Attorno il silenzio e sarà comunque quasi mezzogiorno. O forse le undici e un quarto. Mi infilo i primi vestiti che trovo mi preparo un caffè rollo una sigaretta si sveglia Marcella e le lascio l'altra metà della moka. Il biglietto che le avevo scritto sembrava il più tipico dei biglietti d'addio. Buongiorno se ti svegli e non mi trovi son andato a cercare una farmacia e a curarmi gli occhi. Alternativa tragica a esco vado a prendere le sigarette. Esco a sbattere la testa sulle saracinesche delle farmacie chiuse. Torino aspetta e non abbiamo tempo, mentre collezioniamo i peggiori autogrill d'Italia. Paolo mi dice qualche vita fa c'ho anche lavorato qui me ne sono andato dopo più o meno quindici minuti. Torino aspetta e da Reggio Emilia in poi è una distesa di neve troppo bianca anche per i miei Rayban. Te lo dico perchè alla neve non ci sono abituato. Che quando arriviamo c'era la voglia di cominciare a lanciarsela dietro.
Lo sPAZIO211 lo sentiamo abbastanza, e colonizziamo il camerino immediatamente con poca voglia di abbandonarlo. Che è piccolo e comodo e ci fumiamo dentro da subito. Mentre i miei occhi ringraziano, e mia madre mi telefona e non succedeva da tanto in un preconcerto tipo dall'Estragon. Mi telefona e mi consiglia di annegare gli occhi nella camomilla. Ci penseremo poi saltellando tra le vie industriali di Torino e ogni volta che ci torno mi piace sempre di più. Se non fosse così distante sarebbe il posto indicato per la nostra fantomatica camera d'albergo, amore che la nostra fortuna sarà sempre quella di non avere i percorsi segnati. La farmacia aperta ventiquattroresuventiquattro ha chiuso alle dieci, e non la apre nemmeno la bestemmia che le tiro dietro.
La parola d'ordine della serata è sgarbato e quando si pronuncia di solito tutti guardano me. Provo ad obbiettare che stronzo mi starebbe meglio ma non c'è verso. Provo ad obbiettare morsicando l'ultima sigaretta prima di salire sul palco. Pensavo che la gente fosse un pò più distante, invece conto le paia di occhi che si domandano che cazzo ci fa il batterista dei Blake/e/e/e ad un concerto dei Blake/e/e/e con la maglia dei Franklin Delano.
E come nelle migliori occasioni ci dimentichiamo chi siamo e cosa ci portiamo in dote, canzoni che sentiamo sempre più "nostre" e due occhi che in fin dei conti reagiscono bene.
Anche quando l'accordatore di Egle decide di ammutinarsi, e ci manca solo che lo prenda e lo lanci contro la prima fila.
Il resto sfuma e alle due diciamo bene ce ne andiamo e andiamo via alle quattroemmezza, non prima di averti detto perchè mi detesto quando faccio certe cose e tu mi rispondi ci sono passato anch'io ma ero un pò più giovane quando ho cominciato ed ero un pò più vecchio quando me ne sono reso conto. E' fatta penso e svengo sul divanetto.
Avremmo distrutto la camera d'albergo ma non c'era niente da distruggere. La vista dalla finestra sarà lo spunto di un romanzo postindustriale, e ci ricordiamo appena del cantiere aperto da film horror. Filiamo via di qui immediatamente, furono le ultime parole.
La mattina ci svegliamo con una colazione greca. Che spiace deludervi, ma è solo un caffè, e una sigaretta.
L'ultimo pensiero, in picchiata nel tuo messaggio da centosessanta caratteri. Che sto tornando e per la prima volta forse mi viene da pensare che non sia più un ritorno ma un'andata. Questione di prospettive. E gli occhietti stanno meglio, anche senza tobral.