mercoledì 15 dicembre 2010

Quando la gente è stanca.

Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, mentre microcefalo prende forma tra le pagine binarie di un documento textedit senza fronzoli e senza impaginazioni particolari, mentre litighiamo e facciamo pace brindando con i mash-up di tè, o i mash-up di te e di me e dei discorsi sugli amici di facebook che non abbiamo più. Che i poster sono caduti e li ho lasciati là, che stiamo fuori a fumare una sigaretta e quando ti parlo mi sento diverso, più definito. Finendo a parlare di quanto comodo sarebbe andare in giro dentro una coperta. Finendo a sbagliare le vocali quando ci raccontiamo le mattine.
In un treno che parte di sera e arriva che è ancora più sera che è quasi notte, abbandonato a guardare fuori dei finestroni tutta quest'umanità che cammina, che ha freddo, che fuma, che si bacia, che corre alla fermata, che sale che scende, che dimentica gli ombrelli. Abbracciati sotto i portici questa volta c'eravamo anche noi a fingere di perderci in Mascarella vecchia. Anche se non ho avuto la forza di mettermi a preparare la zuppa. Anche se giriamo con il basso in macchina e a lasciarlo incustodito ci prende più male del solito.
Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, invece è andata come al solito. Mentre di colpo ha cominciato a nevicare troppo, che sembravamo dentro ad una bufera. Invece, come spesso accade, mezz'ora dopo tutto era tornato come prima. Fuori dei palazzi, dentro ai palazzi. E per una volta non possiamo neanche dire che è colpa nostra, che parliamo e ci lamentiamo e sobilliamo ma poi ai voti perdiamo sempre. Questa volta non hanno avuto nemmeno bisogno di noi.
E quando la gente è stanca, poi reagisce in maniera scomposta. Come noi.

sabato 13 novembre 2010

Vedrai tra sei mesi ti chiamerà.

Ci meritiamo questo, amore? La mia nuova vita confezionata tra le pagine di quei libri che avrei sempre voluto leggere, tra i messaggi che continuiamo a non scriverci, tra i sussulti notturni quando siamo tutti svegli e ci citofonano per dirci che una nonna non c'è più. La nonna, quella vicina, quella che aveva svoltato di botto i novanta e erano ventanni almeno che la sentivo dire che non avrebbe superato l'inverno e invece era sempre lì. Ci meritiamo questo? Delle telefonate sbagliate e poco importa se mi dici vedrai tra sei mesi ti chiamerà, restano quelle scale e quell'albero a cui mi appoggio e ritorno indietro, a due anni fa, a due vite fa. A quando poi ho cominciato a sbobinare tutti quei nastri fatti di parole non dette, di giacchette da giornalista, di nemesi, di pedaliere per la voce, di convinzioni che rivolti come il più classico dei calzini.
E non credermi quando mi trovi nascosto dietro ad una colonna, sì sono proprio io. A dispiacermi di non essere trasparente. E non credermi quando mi trovi fuori del teatro comunale di Ferrara, sì un po' mi ci hanno trascinato, che mi fa solo che bene. E non credermi se molto di questo lo faccio per te, perché sai prendiamo degli alianti e voliamo via e a volte poi ci si guarda indietro e non si capisce più da dove si è partiti.
Non usiamo le parole d'altri ma facciamo scorta di parole, tutte quelle parole che sono rimaste tra le righe. Tutte le parole e i baristi di Strada Maggiore mentre prendiamo gli autobus al volo, mentre sbagliamo fermate mentre dimentichiamo gli ombrelli, mentre ci siamo lavati di tutte le sovrastrutture/e/e/e e adesso passare una serata insieme ci fa solo che sorridere.
Non usiamo le parole d'altri mentre tu all'estero ci dovresti andare, mentre in un ritorno in treno è scivolata via tutta la notte del pratello. Mentre non è giusto bruciare i nostri weekend chiusi in bagno, ad ingurgitare valeriana per poi uscire, a farsi le sigarette per poi buttarle dopo tre tiri, a fumare da solo appoggiato sul tuo poggiolo. Non è giusto lo sai, lo sanno le chitarre distorte, lo sanno le risaie di Vicenza, lo sanno i violini che non si sentono, lo sa la nebbia e i fanali che si bruciano. Gli incidenti e gli autogrill, lo sanno tutte le cose che ci dividono, che ci differenziano. Ci meritiamo questo, amore? Tra otto ore non ci sarà nessun aborto, ci saranno ancora telefonate sbagliate, al massimo. A volte basta così poco, per risultare peggiori di quello che crediamo di essere. Perché penso che questo, non se lo meriti nessuno.

venerdì 29 ottobre 2010

Per una volta.

E' arrivata in silenzio questa notte. Come le foto stempiate quando il vento ci prende in giro. Come quando hai portato le tazze la cioccolata calda gli amaretti da sbriciolare e io in cambio solo le mie solite cattive abitudini, che però si sono sposate benissimo. Per una volta.
Quando abbiamo preso le nostre poche parole sbagliate e le abbiamo riversate su di un microfono ignorando gli esiti ma riempiendoci da soli di brividi. Il monolite che mi porto dentro per una volta ha dovuto ammettere che le intuizioni erano giuste. Evitando quelle calli veneziane che sono proprietà dei turisti, scegliendo quegli scorci e quegli squarci che sopperiscono anche alle cene mancate. Quando gli occhi sono attenti quando incrociamo un paraurti per la strada e troviamo una macchina dentro ad un giardino, rovesciata. Con te dentro che tremi ma che non ti sei fatta niente e questo è già moltissimo. Con io che impazzisco per un diciotto perché è tempo di finirla e ormai è un discorso ricorrente quello che ho quasi ventiquattro anni quindi non mi dispiacerebbe cominciare a fare le cose seriamente. Come tutte le volte in cui cominciamo un discorso parlando di una casa nostra che non c'è. Andrebbe bene anche una stanza.

mercoledì 20 ottobre 2010

Trenta centimetri.

Ci siamo stravolti e siamo tornati come certi dischi e certe situazioni che ciclicamente ci ritroviamo qua, inaspettate, come le tue battute fuori luogo, come le mie assenze come le tue assenze. Come quelle telefonate con il fiatone che sottintendono rapporti fraterni che non avremo mai e che alla fine è giusto così. Come i racconti commissionati e tu che mi guardi e cerchi le parole più giuste per parafrasare un non si capisce un cazzo più che legittimo. Che poi è perché davvero non ci capisco nulla di quello che sto vivendo e del modo in cui mi curo e quindi di cosa vuoi che scriva di cosa vuoi che canti? Davvero mi devo arrendere all'evidenza anche solo per spiegarmi perché quando discutiamo mi ritrovo ad estremizzare la mia posizione solo per una questione di principio, una questione privata di una camera con un nido d'api di ultimissima generazione incastonato appena sopra il poggiolo, ma che sembra possa resistere per secoli. Arriveranno i pompieri mentre dormono e bruceranno la loro casa e poi verranno da noi e ci bruceranno i libri come nei film che vediamo arrivando in ritardo. Mentre abbiamo stipulato questa cosa che arrivare cinque minuti dopo non è classificabile come ritardo. Mentre abbiamo preso il treno e la pioggia e siamo finiti ad una festa a tema dove il tema della serata lo conoscevano in pochissimi e non c'erano poi tutti questi indizi a ricordarcelo. Mentre siamo ritornati a velocità supersoniche non prima di aver fatto un salto nel passato tra gli autografi di Jeff Buckley e i primi manifesti, quando tutto era cominciato e quando non avevi idea che un giorno ti saresti trovato di fronte a me a tentare di infilare il filtro nell'ennesima sigaretta della giornata. Quando i giochi del destino che non esiste sono per lo meno beffardi, e ho rinunciato ad essere obbiettivo dopo una manciata di secondi, che sarebbe stato come convincersi di voler smettere di fumare mentre si sta andando dal tabaccaio.
E ho dovuto fare una lista delle cose che devo fare perché sennò saremmo persi per sempre, mentre gli occhi di Vladimiro mi guardano ma non mi vedono perché ha venti giorni e non arriva a trenta centimetri dal suo naso. Allora mi tolgo gli occhiali pure io così a trenta centimetri di distanza entrambi non vediamo niente. Però sembrava quasi che sorridesse, ma forse è perché a volte si vede quello che si vuole vedere, come trovarti a passeggiare sotto i portici quando sarai in qualsiasi altra parte del mondo ma non sarai mai lì.
Mentre hai ragione anche te che certe citazioni diventano un patrimonio indie, che ce le fregano e non si possono più usare, e forse è anche per questo che ci arrivano i dischi prima, così almeno per un mesetto possiamo utilizzarle tra di noi nelle nostre mail e nei nostri carteggi. Ma se ci pensi non è giusto. Ma quante cose sono sbagliate.
Invece pensa, che avevamo così tanta voglia di tornare, che non lo abbiamo praticamente detto a nessuno.

lunedì 11 ottobre 2010

Rock'n roll will never die (io che odio i titoli in inglese)

Appiccicata al muro c'è una cartolina un po' così. Strana nel senso che altri termini non ne ho trovati, anche se ci penso da qualche giorno. L'ho presa una vita fa in qualche autogrill sperduto in Germania, quando eravamo troppo preoccupati a vivere i momenti per pensare a qualsiasi nostra azione per più di cinque secondi. Per lo stesso motivo, insieme a questa cartolina, ne ho presa un'altra bianca con una palla arancione in mezzo, che poi se si guarda bene, è un uovo al tegamino. Quel giorno sembrava la cartolina definitiva, il disegno perfetto, l'equilibrio. Invece è solo un inutile uovo al tegamino. Ma dicevo, riguardo l'altra, che più che una cartolina è una vignetta a forma di cartolina, un disegno a matita su sfondo ocra, di un vecchio ciccione con una chitarra in mano, e la pancia che trasborda ben oltre il corpo dello strumento. Il tipo sembra David Crosby ma molto più preso male, jeans e maglietta bianca, bottiglia di vino sull'amplificatore. Noi eravamo magri e sciupati e in ritardo per il concerto della sera, come ogni sera. Sembrava perfetto. Tutto secondo dei piani che ci erano stati cuciti addosso e che calzavano splendidamente. In bianco, in piccolo, c'è scritto Rock'n Roll will never die. Dichiarazioni d'intenti, modus vivendi, stili di vita che andrebbero bene anche per una partita sbilenca a Saltinmente. Di paranoie ne ho già una collezione autunno-inverno-primavera-estate, anche senza le analisi di tutte le cose che mi porto dentro o che al massimo attacco ai muri. Adesso mi ritrovo a guardarla e non ci vedo nulla di perfetto, ci vedo quello che non c'è e quello che non c'è mai stato, il rock'n roll che mi ha sempre sfiorato, che anzi mi fa incazzare per quanto non riesca a trovarlo quasi mai interessante e per quanto lo si possa proporre con superficialità. Come ieri, te lo ricordi? Questo procedere diritti per sempre, questo non voltarsi indietro mai, anche quando dall'amplificatore viene fuori il suono del grasso che stoppa le corde. Che è una metafora perfetta, che adesso la presunta perfezione non è nei contenuti ma in quello che viene dopo. Questa forse non è nemmeno una domanda, però la cosa fastidiosa è che se anche trovassi un modo per piazzarci un punto interrogativo alla fine, la risposta sarebbero lunghi silenzi e qualche attimo di sospensione.
Fotografare la cartolina e postarla, sarebbe stato eccessivamente semplice.
Ordinare le cose che mi passano per la mente, quando mi blocco davanti ad una parola, quando la pronuncio trenta volte fino a che perde ogni significato, quando rileggo e penso a tutto il resto che non ho avuto la forza di dire. La bravura per dirlo, soprattutto. Adesso che penso alle citazioni più disparate, nessuna di queste è vagamente rock'n roll.
Cambierei molte cose, un po' di leggerezza e di stupidità.


mercoledì 8 settembre 2010

Stanze vuote.

L'autunno ci è piombato addosso così all'improvviso che quasi ci siamo sentiti stupidi per non aver colto tutti i segni che abbiamo incrociato per la strada. Quando abbiamo cominciato a parlare del niente in un lungomare freddo e deserto come certe banchine nel porto di Amsterdam, quando abbiamo salutato le insegne spente di quei posti che abbiamo accuratamente evitato per tutta l'estate. Adesso non riesco ad ascoltare nemmeno De Gregori, che cattura più attenzione di quanta gliene volevo dare, che ripenso a come ci siamo ritrovati muti a pedalare senza meta, con la speranza di trovare qualcosa di aperto, di vivo. Ci saremmo fermati e ci saremmo potuti ubriacare lì, lo sai. In faccia ai maligni e ai superbi e alla nostra comodità e alle nostre filosofie spicciole che evitano certi posti. Come tutti.
E mentre non ci dicevamo niente io cominciavo a macinare pensieri sconnessi, di dare fuoco ai tamburi spaiati e di ricominciare a suonare davvero. Lascia perdere le stronzate e i mostri sacri e le seghe mentali, prova a farci stare nella macchina nuova la cassa della batteria. Che sarà volata giù per una strada di Trieste, ma che le vogliamo bene, e non l'abbiamo mai trascurata. Come quando ci spegnevamo le sigarette sulle braccia perché era da un bel po' che non ci vedevamo e facevamo finta di trattarci male, ma era bastato un mezzo sorriso, su un falso bolero. Dicevamo lascia perdere le stronzate e senti come suona Gelo e che casino fa che ci fa tornare la voglia, e organizziamoci l'autunno e i ritorni a Bologna per affari istituzionali. Non farmi diventare quello che non voglio essere. Tanto ormai l'autunno c'è arrivato in faccia e un po' ci ha fatto male, inutile nasconderlo.
Ma tutto questo Alice non lo sa. Ma tutto questo tu non lo sai perché contro certe congiunzioni sindacali non si può far nulla, apparte aspettare e insultare per telefono una tipa del call center. Che ci fregano sempre, accidenti a te e alle tue sintesi.
Ma non volevo finire qui, mentre uno stream of consciousness di terza categoria genera altri silenzi, mentre continuo a sbattere la testa sullo stream of revenues e su queste cinquecento pagine di tecniche di marketing in rete.
Ma non volevo finire così, e invece. Sarà un segno. Sarà che non resta poi tanto. E sarebbe troppo facile dire che restano stanze vuote.


giovedì 2 settembre 2010

Nocciola.

Mi hanno detto che oggi avrei potuto scrivere un post noir visto che precipitiamo e cominciamo anche a rendercene conto. Invece il mio post è marrone nocciola, che poi sono i tuoi occhi che poi erano particolarmente dilatati così per non nasconderti. E i miei erano piccoli e va bene basta con i miei occhi. Che poi non sappiamo neanche di che colore sono.
Mi hanno detto tante cose ma tu me ne hai dette di più e io ti ascolto e so che ascoltare a volte non basta. Vorrei solo riappacificarmi con tutto quello che non è successo e cambiare nome. Perché davvero ti aspetto e prenderò questi giorni per riempire con i lego tutte le crepe. Perché la manutenzione di certe cose toccava a me ma ogni tanto me ne sono dimenticato e adesso guardo il muro e sta in piedi per miracolo. E ho scelto i lego perché vengono fuori delle cose belle e colorate come quando scompariamo nei campi di colza. O come quando tossiamo perché siamo rimasti troppo tempo a prenderci il vento della laguna.
Perché adesso tutto viene male e le cose dette poi non me le ricordo neanche tutte e poi a disquisire sui termini ci metteremmo troppo tempo e perderesti tutti gli aerei del mondo. Che ogni tanto basta semplicemente allentare la corda. Che da per terra le cose si vedono storte e i movimenti si fanno peggiori e guarda come vengo sgranato in foto. Ma questo è e questo mi dispiace. Dammi il tempo di alzarmi e di andare di là a prendere tutti i lego di mio fratello e vedrai che poi al massimo mi chiederai cosa ho combinato che sono tutto trafelato e io ti dirò niente scrollandomi di dosso quel po' di polvere che resta tra le pieghe della camicia. E questa è una promessa. Verba volant, scripta manent.

lunedì 23 agosto 2010

Paga per ogni posto che non vedrai mai.

Fermati, guardati attorno. Resta immobile mentre le zanzare ci assaltano e ci lasciano meno vivi a cercare la comodità in una sedia di vimini. A ordinare le stesse cose che beviamo da un'estate intera, divisi tra la voglia di continuare questo limbo cambogiano per un'altra manciata di mesi e il desiderio di allontanare il doppio malto dal nostro fegato fino ai prossimi caldi del 2011. Per cosa, per il niente?
Diamanti grezzi e orsacchiotti di peluche, oggetti persi in mare e resi, nodi al pettine che si mischiano con l'assenza di esperienza, la carenza di ossigeno, la follia latente, le cene di pesce che non facciamo più.
Fiore non si sente sola ma io sento la chitarra che va da una parte e la voce dall'altra, mentre il vento ci scombina la capanna che abbiamo costruito in mezzo alla spiaggia, con le mollette e le lenzuola rubate a casa. Dove l'acqua è così limpida che si possono distinguere le alghe. Che sono così tante da non sapere da che parte buttarsi, un attimo prima di sciogliersi sotto questi ritrovati trenta gradi. Mentre giriamo tra i pescherecci e non ci diciamo una parola, e assecondiamo tutti questi nuovi fotografi facendo foto assolutamente a caso.
Nel mulino che vorrei sarebbero due o tre al massimo e avrebbero in dotazione una polaroid senza flash. Nel mulino che vorrei faremmo dei concerti bellissimi all'ora dell'aperitivo e a mezzanotte tutti a casa, nel mulino che vorrei resterebbero fuori solo i ragni. E nel mulino che vorresti tu?
Siamo ripassati dal via senza rendercene conto, a pensare ai posti che non vedremo mai e che avremmo potuto vedere, anche solo se quel messaggio fosse stato diverso, anche solo se i cuori non si fossero sbriciolati, anche solo se. Anche solo se qualsiasi cosa, spostando il letto in poggiolo perché sono le quattro di mattina e sono incollato alle lenzuola e gli occhi non si vogliono chiudere. Ma ti scrivo perché in fondo cambiano i tempi e le sensazioni e i miei precari equilibri interni, ma sono sempre io e mi auguro di non essere sempre il peggiore in campo.
Guardati attorno, ogni tanto guardati indietro, tanto per vedere cos'è rimasto. Per vedere te. E per vedermi cangiante, un po' più slanciato, un po' meno accaldato. Sicuramente con quel sorrisetto ebete che dicevi è solo perché sei un paraculo. Invece a pensarci, poteva quasi sembrare un sorrisetto ebete di quasi felicità.
Quante cose devo fare.

lunedì 9 agosto 2010

Nessun titolo, questa volta.

Adesso che siamo qui ed è lunedì mattina e l'america è lontana anzi lontanissima abbiamo trovato il tempo di sorridere. Non sopravviveremo a questa città e forse neanche alla prossima partita di calcetto, non sopravviveremo agli orologi biologici e ai direttori artistici, che non avranno nessuna pietà di noi e ci diranno che la pensione ce la possiamo sognare. E sogneremo altri voli in bicicletta, parcheggiati sotto un poggiolo per un'ora abbondante mentre piove governo ladro e le strade diventano fiumi e il moto ondoso delle macchine ci accarezza i piedi. E i fulmini esplodono dentro i miei occhi. E sono bianchi come la pelle in qualche giorno tetro di novembre quelli in cui scusa c'ero dieci giorni al mese. Dentro qualche teatro o in qualche giardino di qualche castello, come Xabier Iriondo e le sue chitarre distorte e l'esserci nel momento giusto. Dopo tutte quelle volte che siamo arrivati troppo tardi, come anche questa volta, in effetti. Come le formiche che sembra abbiano infestato casa, costruiranno un esercito e ci costringeranno ad emigrare, ma abbiam detto che l'america è lontana anzi lontanissima, e allora abbiamo poco tempo per tirare su un piano b che sia moderatamente decente. E puoi illuderti, ma l'estate è già finita. Faremo qualche altro giro per le calli a schivare i motorini parcheggiati ovunque, a prenderci il vento e a perdere i tasti del telefonino. A incatenarci per un paio di giorni. A contare le stelle molestati dalle onde dei barchini. Puoi illuderti, ma so che non lo farai.

lunedì 5 luglio 2010

Carol of wonders.

Ciclicamente cado tra le tue pagine e c'è quel post che mi incuriosisce ma che non mi è dato leggere. E' una curiosità strana perché comunque rispettosa, perché davanti alle impostazioni che bloccano me e chissà quanti altri, ogni santa volta sorrido. Sarà perché non ho mai capito se hai mai parlato di me o se era solo immaginazione. Sarà perché adesso ogni cosa viene portata ad un livello di esasperazione esagerato. Ogni cosa diventa sempre più difficile da far scivolare tra le dita, come quando arriviamo in qualche modo a casa che è quasi mattina, come quando la chiave non gira nella toppa, come quando avviciniamo le mani ma il ballo che ne viene fuori non è poi questo gran ballo.
Ci siamo divisi quel famoso disco in varie parti, è finito che un pezzo di copertina è volato a forma di aereo sulla Piacenza-Bologna, il ciddì ha fatto un carpiato simile fuori della salaprove, la custodia si è sbriciolata dentro la mia borsa delle aste e l'altro pezzo di copertina te l'ho infilato nel taschino della camicia. Ci siamo divisi come un po' ci dividiamo noi ogni giorno, buttandoci via e buttando via tutto quello che abbiamo costruito. Adesso possiamo dire davvero è fatta e possiamo salutarci con più convinzione.
Ma poi sai, basta andare oltre alle solite cose e prendersi la solita pioggia, solo un po' più forte. Così ci sentiamo meno dentro ad un giorno balordo e magari all'ultimo riusciamo a non tornare a casa fradici. Ma poi sai, quando non si riesce a convincere, a volte confondere è la soluzione migliore. E vista la confusione sopra sotto dentro e fuori, penso di esserci riuscito in pieno.
E intanto resta così, che ho una sorpresa per te. Ti ho detto, di restare ferma.

giovedì 17 giugno 2010

Tempo e pace.

Portami a bere dalle pozzanghere perché siamo cambiati così tanto che forse non ci riconosciamo più. Che quello che poteva essere un nostro vanto e un punto d'orgoglio è diventato un chiedersi cosa manca; o forse è solo che a un certo punto, uno si stanca di passare sempre dal via. Sono momenti in cui mi cerco ai margini delle foto, venuto per sbaglio, fuori fuoco perché il fuoco è a qualche metro da me e io al massimo sto guardando l'orizzonte e sto pensando cose che adesso non ricordo ma che di sicuro non dimentico.
Quell'aria di incoscienza e scie di gioventù prese sempre un po' di taglio. Mentre mi parlate di quando truccavate i motorini e scappavate alla polizia, e io sorrido ma mi faccio serio perché è l'unica fase in cui le distanze sembrano ancora più distanze, perché sono gli anni in cui qualcuno è al liceo e si sente grande e qualcun altro è ancora alle elementari e non è altro che un pulcino. O poi uno attacca l'università e si sente ancora più grande e l'altro è imbarcato in un turbinio ginnasiale di versioni di greco e imperi ai limiti del collasso. Ma lo scarto tra elementari e liceo è molto più ampio rispetto che tra superiori e università, anche se gli anni sono sempre quelli. O così mi sembra.
Siamo così e un po' anche ci siamo imborghesiti, mentre mi massacro un'unghia e scivola il dito nella bocca e adesso sento il gusto dolciastro del sangue mischiarsi alla saliva. Quella che era diventata una terapia adesso è diventata una rubrica. Quello che sono io, sono i primi due minuti e mezzo di Tempo e pace di Roberto Angelini, come ammettere che ogni mio sforzo è vano, di sostituirmi con una batteria elettronica di reason. Perché poi? Perché faccio una fatica immane dopo dieci anni a riuscire ad accordare decentemente un rullante? Perché voglio mi hanno insegnato che non si dice ma si dovrebbe dire vorrei e invece io voglio punto? Mentre penso ai giri in macchina e a tutte le volte che abbiamo sbagliato strada perché parlavamo d'altro, e alle mie ricerche inutili e inaspettate sulla vita di Marlene Dietrich, perché mi andava di scrivere marlene dietrich su google. Perché vogliono bandire la Nutella e allora aspettatevi le barricate in piazza visto che ci si mobilita per questo e non quando ci vogliono mettere un bavaglio alla bocca. Senza fingere più di tanto tra l'altro. Come certe facce di certe farmaciste.
Come certe mail, che chissà se capiterai ancora di qui ma a differenza di quello che t'ho scritto spero davvero di ricevere una risposta, e mi piacerebbe infinitamente che fosse una bella risposta. Perché sono fatto così e sposto l'asticella del rischio sempre un po' più in là, fino a quando all'ennesimo salto magari scivolerò miseramente sotto e non la vedrò nemmeno oscillare per lo spostamento d'aria. Perché è così inutile a volte girare attorno. Perché un bicchiere d'acqua in faccia è più diretto, ma ze ben? Come giocare sui messaggi che non ci scriviamo. E le soluzioni stilistiche sono sempre meno come le mie facce di riserva, e quindi alla fine ho finito le facce e faccio una faccia ftriste.
In attesa, a chiedermi se la vita è un sogno o se sognare aiuta a vivere. No, scusate, questa cosa qui non è assolutamente vera, questa cosa non me la chiedo e non me ne frega assolutamente nulla, questo è solo un po' di me che se ne va palesemente fuori controllo e non ci faccio caso e lo lascio scrivere. Quello che so è che discutevamo di quanto schifo fanno le case qua a pochi metri dal mare, che sono venute su a caso, casermoni inutili, da affittare nella stagione estiva. Che bisognerebbe fare come in america e buttarle giù e tirarle su di nuovo. E lanciando il mozzicone di sigaretta dal quarto piano abbiamo pensato ai quadrati di facebook che hanno rotto i coglioni ma abbiamo pensato anche che le cose stanno così e sono costanti, solo a 'Marina. Invece oggi correvo in bicicletta scansando i tombini e stavano buttando giù una casa, quattro o cinque vie dopo la mia. Allora magari se ci crediamo forte, le cose succedono.
Perché, come dicevamo, la rive gauche più che un luogo fisico, è un concetto. E' un'idea.

lunedì 7 giugno 2010

Questione di secondi (e di coincidenze).

Per un secondo mi sono bloccato davanti all'username per entrare in questo blog. Non me lo ricordavo. Per un secondo mi sono bloccato davanti ad un commento che non avevo assolutamente visto. A chiedermi il perché, che insomma, sono sempre stato molto più preciso di quanto mi riscopro d'essere ora. Ora che continuo ad arrivare in ritardo come quando sono puntualissimo e il naso comincia a sanguinare ferocemente inondando la camera e imbevendo fazzoletti e mia madre il giorno dopo mi chiede che è successo e io le rispondo tranquilla dev'essere stata tutta la cocaina che ho tirato nel weekend e realizzo che sorride ma che non ha capito fino in fondo quanto stia scherzando. Ma pazienza, intanto mi blocco per dei secondi lunghissimi guardando l'angolo di una calle e pensando cazzo io la bici l'avevo parcheggiata lì e la bici cazzo non c'è. E poi sbucano dalle finestre le comari che mi raccontano una storia incredibile di urla per la calle e calci alla bici e lanci di bici e loro che la salvano e insomma tutto si risolve nel migliore dei modi anche se ci sono voluti dei cocarum da ometti. Quelli che hanno più il colore del rum che quello della cocacola.
Poi cosa dirti chiusi per tre giorni in una casa nel nulla a condividere le sigarette e delle canzoni da registrare. A sconvolgerci i pomeriggi senza rendersene conto, passando dalla cucina ad una sala tutta microfonata nel giro di una porta. Ad andare a letto e poi a tirarsi su per bere l'ultima birra. Che poi diventa mezza bottiglia di rum. Abbiamo scoperto che esistono dei cannoni per allontanare le nuvole basse, quelle che portano la pioggia. Ma non abbiamo voluto scoprire la reazione dei vicini che quando piove si beccano una razione doppia, probabilmente. E anche lì mi sono bloccato saranno state le tue parole che non capivo sarà che davanti avevo un vigneto bellissimo e il sole saliva piano e avevo un bicchiere di vino bianco freddo in mano. O ritrovarmi in tutt'altra situazione a girare da solo per le strade di Ferrara a dare una geografia a molti posti che conoscevo ma che non riuscivo a mettere in ordine. Come le vie strette dove regna un silenzio di tomba, anche se sei a trenta metri dal Duomo. A discutere di Dosso Dossi del palio che in realtà non lo conosce nessuno e degli americani. Quelli da bere.
Non rileggo ma ci penso e questo è un post da alcolizzati, che parlo quasi solo delle cose che ho bevuto. Forse dovrei solo preoccuparmi un po'.
E poi basta, che gli incisi bloccano i flussi di coscienza e continuiamo ad appuntarci troppo poche cose e a sperare che la memoria mantenga tutto il resto. Ma la tua mail me la ricordo, che poi è l'evoluzione di quel bigliettino arancione di qualche post fa che adesso che tutto si è compiuto capisco di aver volontariamente drammatizzato. Non nel raccontarlo o nel pensarci, nel viverlo proprio. Che tutto si poteva ottenere con meno pathos con meno macchinazioni, con meno. Ma sono cose che ti fanno sentire un po' più vivo, e ogni tanto quando ti senti tutto intorpidito sono le cose che ti salvano un po' le giornate. Come mi ricordo i tuoi messaggi, che alcuni pensi si fermino sul display del nokia e invece schizzano fuori e poi entrano dentro attraverso gli occhi. E so che qualche volta anch'io mi ricordo come si fa. Mentre andremo a prendere l'ultimo bicchierino saltando tra il selciato e dicendoci frasi che non posso dire. Ed è un peccato perché la frase che avevo in mente ci stava davvero bene. Ma è troppo presto.
E ho smesso di fumare. No, non è vero. Ma continuo a non spiegarmi perché dopo una pizza fumo quattro sigarette e poi magari il giorno dopo non ne accendo una fino a sera.


Invece, adesso, una sigaretta me l'accendo.

lunedì 10 maggio 2010

Diteci che siamo sani.

Sono in treno e da quando sono partito da Padova ho alzato gli occhi dal libro che sto leggendo tre o quattro volte al massimo. Non di più, giusto il tempo di focalizzare fuori dal finestrino i cartelli blu delle stazioni, fermate in città misconosciute di un nordest industriale e bigotto, stipato all'inverosimile di contraddizioni. Ma non ci penso, penso al libro e alla mia destinazione, a Verona alla presentazione di un libro, che ci vede schiacciati dentro senza realizzare appieno di cosa si stia parlando, di cosa si tratta in realtà. Ma non me ne curo, ho imparato a lasciare che certe cose passino semplicemente, prendendosi da sole il tempo che meritano. Per il resto, ho trovato i miei modi per non pensarci troppo, entrando nelle storie degli altri, che a volte la propria va accantonata per un'ora, un'ora e mezza. Così sono in treno e il treno è a dieci minuti da Porta Nuova e mentre sono una ex spia giudea al soldo dei veneziani, tradita e condannata e rifugiatasi a Costantinopoli nel pieno del 1500, una voce mi ridesta dal mio universo parallelo, che cosa stai leggendo? Silenziosamente impreco, come sempre silenziosamente impreco quando un esercizio di concentrazione durato minuti interi viene spezzato. Altai, rispondo. Di cosa parla, della Cina? Chiudo il libro, guardo la copertina, in effetti il nome Wu Ming, può trarre in inganno. C'è la mano di un falconiere e un falco appollaiato ed è della razza altai, uno dei più bastardi e dei più spietati, sì insomma, la domanda non è così fuori luogo, guardo l'uomo ma non lo metto a fuoco, mi soffermo sui particolari. No non parla di Cina, parla di Costantinopoli, nel 1500, anno più anno meno. Riapro il libro e non riesco a fermare gli occhi sulla riga giusta che l'uomo si è già seduto e mi fissa e comincia a parlare a voce bassissima. Che cazzo vuole questo?
Mi racconta di lui e della sua pessima giornata, dei suoi quarantatré anni e del suo lavoro in banca. Sono abituato a parlare con le persone è il mio lavoro mi dice. Io non posso fare altro che giocherellare con le mani e cercare eventualmente una via d'uscita. Il finestrino, ad esempio.
Mi racconta della sua pipa che si è rotta e sono due mesi che è a riparare e proprio oggi è andato a controllare l'evoluzione della cosa e il pezzo di ricambio deve ancora arrivare. Dice che si è incazzato. Dice che il mondo è così. Io misuro le parole perché non so che dirgli, e dopo attente misurazioni mi ritrovo a guardarlo e a sospirare. Non è la prima volta che parlo con qualche sconosciuto in treno, anzi a volte penso che sta diventando una pratica comune, solo che in questo l'impressione di qualche rotella allentata è un pensiero difficile da mutare. Ancora immerso nelle trame bizantine e nelle vie strette e scoscese di Costantinopoli, mi ritrovo a guardargli le mani per non trovare nessun anello, il cappotto che non centra nulla con il resto del vestito, le scarpe nere macchiate di pioggia. Intanto mi dice dov'è nato dove vive dove lavora. Lo chiede a me e gli sparo una generica Venezia e uno generico studente. Avrei potuto dirgli, non lo so, musicista, nullafacente, essere umano, ma resto coperto, in attesa di eventuali evoluzioni. Evito di dirgli cosa sto andando a fare a Verona, anche perché non ne sono così sicuro nemmeno io. E' compiaciuto del mio dargli del lei, non si cura che assecondo i suoi viaggi mentali con qualche striminzita parola. Dice che siamo una generazione di sconvolti noi giovani, che non c'è rispetto e che l'altro giorno in treno ha detto ad un ragazzo hai un bellissimo sguardo e il ragazzo l'ha guardato e gli ha riso in faccia e se n'è andato. E ci mancherebbe penso io siamo una generazione di sconvolti senza rispetto ma io le do del lei perché così mi hanno insegnato a trattar la gente sensibilmente più adulta, certo che c'è modo e modo per approcciarsi a chiunque, e dire ad uno sconosciuto che ha un bellissimo sguardo non sempre può risultare la mossa migliore. Che l'asticella del fraintendimento è alta, molto alta. Continua a cambiare discorso, mischiando frasi confuse a risate fragorose, scendendo vertiginosamente di tono fino a bisbigliare. Mi chiede se faccio l'attore, io rido e gli dico di no ma gli chiedo perché. Perché ti prendi il tuo tempo per rispondere, mi dice. Non vuol dire un cazzo, penso. Non mi dispiace l'idea di conoscere una storia diversa dalla mia, che per pochi attimi si è incrociata su un regionale, non sono un attore e anzi devo combattere contro un certo impaccio, spesso e volentieri, penso. Perché sono fatto così, dico.
Verona Porta Nuova mi salva, scendiamo assieme e nel tempo di una rampa di scale dal binario al sottopassaggio mi racconta delle sue quaranta pipe dei suoi mille libri della passione per Sherlock Holmes della sua casa piccola ma ordinata. E' un compulsivo. Single. Un po' folle. Mi stringe la mano e sparisce. Troppe volte mi succede di ritrovarmi nelle stazioni, e di chiedermi cosa sta succedendo attorno. E di non trovare una spiegazione.
Ciao Max, sono arrivato in stazione, ci sei?
Ciao Mattia, cinque minuti e arrivo.

venerdì 23 aprile 2010

Il momento.

Fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai. Affondiamo i remi nell'acqua torbida di citazioni spaventevoli, di angeli della nebbia, di personaggi lontani nello spirito e nel tempo, che mi rincorrono. Correggio sembrava così lontana, invece sarà tra due settimane. E a suo modo è un qualcosa di aspettato e di non propriamente conscio, che tutto può succedere e quindi può anche non succedere niente. Com'è già successo. Bisogna preparare il campo, i treni, gli spostamenti, bisogna affinare le mail che ti scrivo troppo poche volte e che manifestano chiaramente la mia incapacità di dire cose sensate. Sarà che mi piace osservare più che scrivere, che mi piace appoggiare le spalle e la testa al muro, e sentire il rumore che fa la notte. Mi piacciono le persone con tutte le loro incongruenze, quelle incongruenze che sappiamo essere in noi e che tanti fingono di non avere. Liberi tutti, di fingere una perfezione che non esiste. Libero io di sentirmi ancora più in dovere di notarle e di sorridere, in silenzio. Libero di sentire che qui c'è poco da riempirsi, anche se era così bello infilarsi tra le calli nelle notti estive, in bicicletta. Moderatamente fatti ma non così tanto, da riuscire a realizzare il momento. Era così bello, com'era così bella la panchina sulla laguna e i carabinieri che ci vengono a trovare, il mare dopo otto ore di macchiatoni che non ce lo ricordavamo così vicino. Ma non basta, non basta. Non è colpa mia se mi piacciono i volti sconosciuti, se mi piace la confusione della stazione di Bologna, se mi piacciono i camerini pieni di fumo, i discorsi alle fermate degli autobus, i concerti della vita che si sia in sei o in sessanta o in seimila poco importa, le persone che piove e ti prendono per il braccio e ti porgono il loro ombrello. Mentre piove, piove. Ma intanto.
Mentre prepariamo la squadriglia del giudizio, amici miei, radunando il nostro cinismo spietato fatto di applausi alla bolognese e di birre piccole, che ci usiamo spesso anche tra di noi. Perché se vai su un palco, devi essere conscio che puoi essere massacrato. Che sei passibile di giudizio.
Mentre ho fatto la pace col mio passato anche se insomma più che una guerra è sempre stato solo un acceso diverbio, e ti ho detto con il sorriso tu mi hai insegnato ad avere pazienza e io a suo tempo ti odiavo per questo perché volevo soltanto uscire da quella salaprove sottoterra e spaccare il mondo invece alla fine ho capito che avevi ragione tu, che l'irrequietezza mi prende ancora, ma adesso la misuro, la costringo. La sfrutto. E pensare che invece tu adesso fai i concerti senza sapere cosa portarti sul palco. E abbiamo brindato ai due anni lontani.
Mentre guardo la bellezza di quelle facce soddisfatte quando si socchiudono leggermente gli occhi, perché quello che hai appena sentito è esattamente quello che volevi sentire, parola più parola meno.
Mentre fuori pioviggina e franano i progetti alcolici della serata.
Mentre mio fratello cresce ogni giorno di più e sento che si stacca piano piano, come dev'essere, alternando presenze ed assenze, alternando sonnambulismo, abbracci inspiegabili, e l'illusione degli otto anni.
Mentre studio l'arte di ascoltare e sempre più stona il verbo studiare. Che sarebbe ora di viverli, questi pomeriggi piovigginosi. Continuando a riempire pagine inutili, ma che facevano molto più male, quand'erano bianche.

martedì 20 aprile 2010

L'impercettibile saluto.

Alla fine quello che è stato non torna più e quello che è stato e che ci è rimasto tra le dita è comunque troppo poco per pensare di costruirci attorno qualcosa di decente. Così è meglio partire da zero, o non partire affatto. O semplicemente cambiare l'approccio e ammettere che il tempo passa e l'aspettativa anche, che il tempo degli errori di gioventù sarebbe da accantonare e sarebbe ora di diventare qualcosa. Di contare fino a dieci. Di riprendere in mano la penna e i fogli bianchi. Di accettare di buon grado quando mi tiri giù e quando hai ragione. Ovvero sempre, accidenti a te.
C'era una volta un ragazzo che scriveva in continuazione e c'è un ragazzo che non scrive più. Saranno i pensieri troppo alti e scollegati, sarà la pretesa di una rivoluzione e di quello che non c'è. Sarà che poi le cadute più rovinose si fanno sulle scale di casa, scivolando tra l'erbetta appena bagnata del giardino. Avercelo, un giardino.
Intanto il ragazzo arriva alla stazione di Padova, nella borsa il necessario per sopravvivere alla serata. L'ora è ancora quella vecchia, le diciannove e trentadue scandite dall'orologio del cellulare rappresentano un orario notturno. Il ragazzo segue il flusso di gente dagli sguardi bassi e dalle sacche pesanti, giù attraverso il sottopassaggio. L'imbocco odora di profumi densi e fumo di sigaretta. Dalla tasca estrae sessanta centesimi e appena può si stacca dal flusso, camminando a passo spedito verso i bagni della stazione. Non c'è anima viva, c'è solo il brusio lontano a mischiarsi con le voci metalliche degli avvisi. Di eurostar in ritardo. Inserisce i sessanta centesimi nella macchina mangiasoldi all'entrata, scattano le porte automatiche, entra nel bagno. Dalla borsa fa uscire una busta nera, piena di oggetti personali: uno spazzolino, un tubetto quasi spremuto di dentifricio, del deodorante, un contenitore per le lenti a contatto, del filo interdentale. Si lava i denti, si sciacqua la faccia stanca, ripensa alle cose successe da quando si era svegliato, svariati chilometri più a sud, in un'altra città, in un'altra vita. Ripensa a quel numero di telefono abbozzato su un foglietto arancione, alle strategie per ottenerlo, al modo in cui lo ha ottenuto, alle variabili indipendenti che gli si parano davanti e che forse non lo porteranno da nessuna parte. Alle poche sigarette rimaste nel pacchetto dentro la tasca della giacca. Sistema il colletto della camicia ripassando nella mente le parole della sera prima, le riflessioni amare e la sensazione acre di aver perso l'attimo, la fortuna, la buona stella. Entra un uomo di mezza età, in vestito, che lo squadra dal suo metro e ottanta, e gli rivolge un saluto impercettibile, senza fermarsi. Ha gli occhi piccoli senza vitalità, pochi capelli, una cravatta spigata granata e blu, una camicia azzurrina, sgualcita da una giornata cominciata evidentemente troppo presto. Una ventiquattrore in pelle portata con la mano destra, un anello d'oro che dà fastidio a vedersi da quanto è appariscente. Il ragazzo ricambia, abbozzando un mezzo sorriso tirato, attraverso il riflesso dello specchio che campeggia rettangolare sopra tutta la fila di lavandini. L'uomo ha un'espressione troppo composta, granitica, mentre gli sfila alle spalle; l'accenno di saluto, la cortesia, sembra già essere immaginazione, invenzione, difetto. Entra in bagno, il ragazzo nota per la prima volta i colori asettici e freddi del bagno; non c'è accoglienza, non c'è vita, non c'è nulla. Fuori c'è il buio e gli eurostar in ritardo. Dentro ci sono troppi aspetti da sistemare. Pigia il pulsantino verde che sblocca le porte automatiche, si ributta nel flusso. Non prima di aver dato un'ultima occhiata al bagno della stazione, a quell'uomo e al suo impercettibile saluto. Forse non è mai esistito, non il saluto, non l'uomo.

giovedì 4 marzo 2010

Chili di sale.

Alla fine le cose si sarebbero aggiustate con una telefonata. Con una mail, con un messaggio qualsiasi. Più che aggiustate, diciamo che avrebbero preso il giusto corso. Ecco, sì. Il giusto corso. Non ci saremmo arenati su questa spiaggia bianca fatta di granelli di nulla. Avremmo calcato le nostre metafore come fossero delle leggere increspature. Avremmo continuato a ridere e ad essere così come siamo, a prenderci gioco delle cose e della gente e dei ruoli. Perché siamo fatti così e non serve nasconderlo e non lo abbiamo mai nascosto. Che ci piace. Alla fine le cose si sarebbero aggiustate ma forse non c'è niente da aggiustare. Semplicemente le cose sono così e febbraio è passato e passerà marzo e verrà aprile. Mentre ritrovo tra i reperti ammucchiati nell'armadio frammenti di un passato che è stato troppo intenso per essere catalogato. Alla fine le cose si sarebbero aggiustate ma con un minimo di attenzione e di fortuna in più forse non avremmo mai dovuto pensarci. Con le mani infilate nelle tasche a raschiare le cuciture dei jeans e le cuciture delle gambe. Aspettando la prossima onda.

venerdì 26 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (4)

Pazientate altre tremila battute, che questo è l'ultimo quarto, è il colpo solitario di hi-hat, prima di chiudere. Prima di alzarci sorridervi e andarsene. Che qui finisco io e cominciate voi, o viceversa. Come quando accendevamo la sigaretta sbuffando per sprofondare nel primo divanetto disponibile. A cercare il silenzio. Come quando fuori piove che è la frase penso più abusata di questi mesi infiniti di blog.
Mercì Valentina.


venerdì 19 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (3)

E così siamo arrivati al terzo capitolo di un qualcosa di contorto e di vero. Vero come gli occhi, che qui vero sta per vetro e quindi verrebbero fuori battute dimenticabili. Che si cominciano a serrare le fila, anche se le frasi che cominciano con il che non sono sempre le migliori. E ci riprendiamo anche a chilometri di distanza perché ci sono state cose che ci hanno legato. Ci hanno stretto i polsi e io ne porto ancora i segni. Sarà che voi ve ne siete andati da un pezzo e io sono rimasto qua. A rincorrere sogni sbilenchi.
Quasi a dimenticarmi di postare queste quattro righe.

venerdì 12 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (2)

Trecentesimo post e dentro non c'è scritto nulla. Solo un link, un due di quattro che si porta febbraio a braccetto. E c'è stato nevischio neve e ora c'è un minimo sole. Da sussurrare, che non si sa mai.
Intanto tra un po', 33ore porta le sue musiche sul palco del Locomotiv, prima del cuore anoressico di Giorgio Canali.
A bientot.

venerdì 5 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (1)

Setteperuno ci ospita e ci lascia invadere i suoi venerdì di febbraio. Così questo è il primo post di quattro dove ci sarà solo un link. Ma siccome mi perdo in mille parole inutili, per questa volta solo per questa volta mi cimento a parlare del nulla. E domani sera c'è l'ultima data del tour dei Blake/e/e/e, a Montelupo Fiorentino. Così ci salutiamo. E poi accàsa. Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene.