venerdì 26 febbraio 2010
La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (4)
venerdì 19 febbraio 2010
La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (3)
venerdì 12 febbraio 2010
La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (2)
venerdì 5 febbraio 2010
La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (1)
lunedì 1 febbraio 2010
Giù come forse sei tu quando viene la sera.
Partiamo da un pacchetto di winstonblu morbide. Perché fa troppo freddo per rollarsi le sigarette di drumbianco. Perché le mani sono congelate e non solo le mani. Partiamo da un treno che chissà se e quando partirà ma dovrebbe partire, che mal che vada ci metterà dei secoli ad arrivare. Che basta arrivare a Padova, che ormai ci siamo organizzati e ci siamo abituati a questi disguidi con trenitalia, che al massimo nelle news ti dice che la linea superveloce supersottile tra Chioggia e Rovigo si fermerà per disinnescare una bomba. E non ti dice che solo a Bologna è venuta giù una nevicata memorabile e in tutti i posti in cui siamo stati in cui dovremo andare c'è il sole. Partiamo con queste strategie di viaggio che scrivo in una carrozza di seconda classe di un regionale sbagliato e che poi passerò in un blog che continua ad essere inutile, e che è diventato musicale con il tempo, e che si è caricato di tanti troppi significati.
Intanto il treno è partito, cinque minuti di ritardo. Il controllore passa e fa finta di non vedere nessuno e non chiede i biglietti e si sistema il nodo della cravatta, leggermente storto.
Perché adesso ci siamo fermati e la nuova disposizione delle cose lascia delle voragini. Da cui vedere i paesaggi innevati e il sole che muore oltre i colli e la basilica e i cartelli blu di Bologna Centrale.
Perché adesso in realtà non siamo ancora fermi del tutto, ma procediamo per inerzia. Che avevamo gli occhi gonfi quando ci siamo detti non lo facciamo per scalare i quarantanove scalini della saggezza lo facciamo per essere telegenici mentre ci schiantiamo.
Giù come forse sei tu quando viene la sera.
Ma guarda come siamo magnifici mentre precipitiamo. Mentre ridiamo e fingiamo di tirare su vetri divisori immaginari. Mentre le prove con 33ore sono magicamente saltate perché la mattina ha portato in dote una quindicina di centimetri di neve e con la macchina di Marcello in sala prove non ci saremmo arrivati mai. E scusa se non ci vediamo da troppo tempo e la prima mezz'ora dopo il concerto l'ho passata a fissare il vuoto, che sono fatto così. Specie se non hai neanche un freedrink a disposizione per scioglierti la lingua e lo stomaco. Specie se non hai neanche la forza di iniziare una discussione decente, perché io sono lucido e tu sei spaventosamente brillo e nelle orecchie ho ancora i corvi che gracchiavano dalla cassaspia e non capisco le tue parole biascicate.
E stiamo attenti per piacere a cosa diciamo e a come parliamo. Che dirmi certe cose e pensare che io sia dentro la tua testa e ragioni con la tua testa è un difetto di valutazione indicibile. Che io sono io con i miei obbiettivi e la mia fame. Sono tutte le sensazioni di cominciare un esame e alla seconda domanda di finire l'inchiostro della penna. Di maledire una calcolatrice perché tira fuori dei risultati eccessivamente sbagliati. Sono tutti i silenzi e tutti i giri che il batterista dei RUNI fa ogni quattro battute e io faccio fatica a pensarli in una canzone intera.
Ma va così, e non è arrendevolezza. E' presa di coscienza. Come andare a letto che è mattina e quando si sente la sveglia pensare solo non è possibile. E dove non ci arrivo io ci siete voi che in vari modi mi fate capire che forse quarantanove scalini no, ma uno forse dopo mille scivolate potrei averlo scalato. Che penso sia un divertissement, e invece potrebbe essere qualcosa di più. Senza etichette, che al massimo ci scherziamo sopra e ci diamo un'aria sovrastimata solo per beccarmi un pugno sulla spalla. Che non è forte che non fa male, ma che è deciso, che a volte mi tiri giù anche così. Perchè te sai come prendermi e come fermarmi e come farmi sentire.
Come quando finisco il tabacco e Andrea mi prepara una sigaretta senza che io gliela chieda, e assaltiamo l'autogrill anche se è un MyChef. Che lo sanno tutti che l'unico autogrill peggiore di un MyChef, è un MyChef chiuso.
Il controllore torna e chiede il biglietto, faticando a vedere il marchio dell'obliteratrice. Perché è vero, gli va concesso, nell'obliteratrice c'era pochissimo inchiostro e non si legge nulla, che potrei averlo segnato un mese fa. Allora lo vedo abbassare gli occhi sulla data e l'orario stampato dalla biglietteria automatica, il momento dell'emissione del biglietto. 31012010 16:06. Il nodo della cravatta è ancora storto. Ci sono cose difficili da raddrizzare.
Ed io ho finito le parole.
venerdì 29 gennaio 2010
The Blonde Chicken
martedì 26 gennaio 2010
Era qualche mese fa.
sabato 2 gennaio 2010
Ciò che resta di noi sotto il tappeto, ancora.
domenica 27 dicembre 2009
Life less serious. Diario in ritardo di un tour sbilenco.
mercoledì 16 dicembre 2009
Hotel La Fabbrica.
Stamattina (15 dicembre), quasi dopo due mesi di occupazione, è stato sgomberato dalle forze del disordine lo Spazio Autogestito La Fabbrica di ragusa, dentro è stato trovato Sergio che è stato subito portato in questura. Ancora una volta le istituzioni dimostrano di non capire le esigenze della popolazione in un posto vuoto e grigio come la città di ragusa dove dietro la maschera del “famoso” barocco si trova una popolazione sempre chiusa in casa e dalla vita assolutamente monotona con figli che stanno sempre e solo fissi davanti allo schermo. Il collettivo stava cercando di ravvivare la situazione di degrato e monotonia del centro storico con iniziative costanti e continue di tipo ricreativo e culturale come concerti, presentazione di libri e giornali studenteschi, accoglienza alle associazioni prive di sete, assemblea sul diritto alla casa, corsi gratuiti e la settimana prossima sarebbe partita una mostra d’arte.
Esprimiamo solidarietà a Sergio che è stato trovato dentro lo spazio.
Fate girare la mail il più possibile, mettetela nei blog inoltratela fate sapere a tutti
Psycho killer.
lunedì 23 novembre 2009
Hai visto che siamo bellissimi?
lunedì 2 novembre 2009
Il periodo viola degli accendini.
mercoledì 14 ottobre 2009
La paura secolare degli aghi.
sabato 10 ottobre 2009
Ci prenderanno anche il mare.
martedì 22 settembre 2009
Bentornato a casa.
giovedì 3 settembre 2009
Come quando fuori piove ma qui non piove mai.
sabato 25 luglio 2009
E intanto gioco a tirare avanti.
lunedì 22 giugno 2009
La miscela di caffè.
Sentire in lontananza è un piacere essere qui oggeeee dal Pertini ci lascia, come dire, basiti. Per non dire sconvolti. Sconvolto almeno quanto il mio intermezzo delle tre antimeridiane in un non meglio imprecisato autogrill tra la Lombardia e l'Emilia alla disperata ricerca di un pacchetto di camel e di una brioche alla marmellata. Fear and loathing.
Cambiano gli autogrill e le latitudini e Roma e il Circolo degli Artisti lo si aspettava da un po', come di perderci nei raccordi anulari interstellari e alla Magliana, che hanno ucciso l'ultimo dei capi poco tempo fa, e ora non è rimasto più nessuno. Che uno dei capi storici è sepolto con tutti gli onori in Vaticano. C'è il giardino e la piscina fuori del Circolo, e l'aria condizionata che sul palco non si sente per niente. E Uncinetto, quanto tempo è passato, che piacere è stato. Ti vedo più adulto mi dici ci mancherebbe dopo tutto quello che mi è successo se fossi il bambino di prima sarei decisamente ritardato ma arrossisco. In attesa che ci arrestassero che c'era pure Gheddafi, in giro, a Roma, magari non al Circolo, magari non al Link, a fare mattina. Ci dovevi essere quando al primo vero colpo della prima vera canzone si è spezzata una bacchetta e ho quasi abbattuto Marcello. Avresti sorriso, o avresti tirato fuori la lingua. Lo so.
E il Sesto Senso, un giorno passeggeremo in via Petroni e ti dirò sai qui una volta c'era un locale era bellissimo anche se si sentiva da culo alla fine è stato uno dei posti che ho frequentato di più quando sono arrivato a bologna ci ho visto egle la prima volta ho conosciuto matteino e un sacco di persone a cui adesso sono in qualche modo legato ci abbiamo suonato per santificarne la chiusura è stato surreale è stato strano.
Strano come prendere in mano le bacchette della steeldrum davanti a un po' più gente rispetto che una salaprove. Strano come il timpano che danza con i miei mojito sul palchetto. Strano come tornare a casa, il giorno dopo, e lasciarsi tutto alle spalle, e ritrovarsi nei quaranta gradi di una Padova che appartiene ad altri. Che appartiene agli universitari. E sentirsi male mentre mi dici a memoria tutte le leggi i decreti legge le proposte di legge le leggi mancate e io che a malapena conosco le due su cui si basa l'esame. Poi però mi dici una delle due che conosco e allora capisco che ti stai autoconvincendo di saperne a pacchi. E in realtà non sai un cazzo, come tutti noi. Allora sto meglio. Allora venticinque.
Ritaglio attimi di silenzio e di fumo di sigaretta, passa il treno veloce la mandria resta a guardare, inutile aspettarsi una reazione che non c'è. Le verità sparate come le camel senza filtro e i sorrisi amari al limite delle lacrime. Che la cosa nasce e muore qua, nasce e muore così, perchè più attenzione significherebbe più interesse e significherebbe maggior coinvolgimento e significherebbe che non se ne esce vivi. Che a volte lascio che le cose passino e mi sfiorino, anche se poi quell'impianto era troppo piccolo e si sentiva veramente male ed è stato un po' un peccato perchè Benvegnù è sempre Benvegnù.
Basta un abbraccio, nella penombra, andare a mangiare del pesce dove lo fanno bene, basta la consapevolezza che non ci prenderanno mai e se ci spareranno contro non ci uccideranno. Che anche con il pavimento pieno di sangue e i movimenti lenti e tirati, potremo guardarli e dire loro sbiliguda venial con la supercazzola prematurata confesso come foss'antani con lo scappellamento a destra e costantinato ammaniti fifttyfifty per la fine come fosse mea culpa.
Loro non capirebbero, in ogni caso. Ed è per questo, che ce ne andremo. Vivi.
lunedì 1 giugno 2009
Don't remember who I am.
Fai invece che anche questa volta ti trovo e ti ascolto appena. Come un lento costante rumore di fondo come il lontano rimbombo di un pensiero scomodo. Fai che mi passi la mano tra le costole e fai finta di preoccuparti, ci sta. Fai che un peluche che prende il sole sia una cosa quantomeno insolita da sorriso sincero, ci sta. Fai che quando realizziamo di stare su continenti diversi poi è come buttarsi da una discesa leggera, che è tutto più facile, che l'equilibrio è stato trovato e non si cade più. Ma non puoi chiamarmi col suo nome. Non puoi confondere, mischiare. No, cazzo. Io sono io, lui e lui. E ci passa molto più che un continente.
Che poi alla fine non sono per nulla cattivo, ho solo voglia di mangiare, ma non ho appetito. Di avere tempo con gli Amycanbe in sottofondo. Il tempo che è rimasto proprietà di tutti gli orologi che ho fatto sparire da camera mia perchè non mi fanno dormire. Il tempo che dovrebbe essere quattro volte tanto per fare la metà delle cose che devo fare. Così avremmo più tempo di parlare della differenza che passa tra un cantante e un interprete. Così avremmo più tempo di leggerci le mani e gli occhi e di sventrarci nelle nostre partite serali di calcetto, sempre più squadra da dopolavoro con pretattica al bar, e caffè-sambuca-sigaretta.
Che poi alla fine basta che ci arrabbiamo e chiudiamo gli occhi, che litighiamo mentre parliamo di niente in particolare, che dio nello specifico è ebreo e suona la chitarra nei Monotonix, che così le settimane passano e non ne sentiamo troppo il peso. Che una volta strattonavamo il mare e adesso il mare è arrabbiato e si è alleato col freddo, che sono dieci gradi di meno e si sentono tutti.
Quando mi chiedi adesso hai meno freddo? Quando ti dico me ne vado per un po' e il Nantes è retrocesso ed è un peccato perchè a Nantes mi ci sarei trasferito di corsa ma non andrei allo stadio a vedere una partita di ligue2. Che ci sono già passato. Ed è come buttarsi giù per le scale. Che ci sono già passato, giù per le scale, con la valigia piena e tutto il resto.