lunedì 23 agosto 2010

Paga per ogni posto che non vedrai mai.

Fermati, guardati attorno. Resta immobile mentre le zanzare ci assaltano e ci lasciano meno vivi a cercare la comodità in una sedia di vimini. A ordinare le stesse cose che beviamo da un'estate intera, divisi tra la voglia di continuare questo limbo cambogiano per un'altra manciata di mesi e il desiderio di allontanare il doppio malto dal nostro fegato fino ai prossimi caldi del 2011. Per cosa, per il niente?
Diamanti grezzi e orsacchiotti di peluche, oggetti persi in mare e resi, nodi al pettine che si mischiano con l'assenza di esperienza, la carenza di ossigeno, la follia latente, le cene di pesce che non facciamo più.
Fiore non si sente sola ma io sento la chitarra che va da una parte e la voce dall'altra, mentre il vento ci scombina la capanna che abbiamo costruito in mezzo alla spiaggia, con le mollette e le lenzuola rubate a casa. Dove l'acqua è così limpida che si possono distinguere le alghe. Che sono così tante da non sapere da che parte buttarsi, un attimo prima di sciogliersi sotto questi ritrovati trenta gradi. Mentre giriamo tra i pescherecci e non ci diciamo una parola, e assecondiamo tutti questi nuovi fotografi facendo foto assolutamente a caso.
Nel mulino che vorrei sarebbero due o tre al massimo e avrebbero in dotazione una polaroid senza flash. Nel mulino che vorrei faremmo dei concerti bellissimi all'ora dell'aperitivo e a mezzanotte tutti a casa, nel mulino che vorrei resterebbero fuori solo i ragni. E nel mulino che vorresti tu?
Siamo ripassati dal via senza rendercene conto, a pensare ai posti che non vedremo mai e che avremmo potuto vedere, anche solo se quel messaggio fosse stato diverso, anche solo se i cuori non si fossero sbriciolati, anche solo se. Anche solo se qualsiasi cosa, spostando il letto in poggiolo perché sono le quattro di mattina e sono incollato alle lenzuola e gli occhi non si vogliono chiudere. Ma ti scrivo perché in fondo cambiano i tempi e le sensazioni e i miei precari equilibri interni, ma sono sempre io e mi auguro di non essere sempre il peggiore in campo.
Guardati attorno, ogni tanto guardati indietro, tanto per vedere cos'è rimasto. Per vedere te. E per vedermi cangiante, un po' più slanciato, un po' meno accaldato. Sicuramente con quel sorrisetto ebete che dicevi è solo perché sei un paraculo. Invece a pensarci, poteva quasi sembrare un sorrisetto ebete di quasi felicità.
Quante cose devo fare.

lunedì 9 agosto 2010

Nessun titolo, questa volta.

Adesso che siamo qui ed è lunedì mattina e l'america è lontana anzi lontanissima abbiamo trovato il tempo di sorridere. Non sopravviveremo a questa città e forse neanche alla prossima partita di calcetto, non sopravviveremo agli orologi biologici e ai direttori artistici, che non avranno nessuna pietà di noi e ci diranno che la pensione ce la possiamo sognare. E sogneremo altri voli in bicicletta, parcheggiati sotto un poggiolo per un'ora abbondante mentre piove governo ladro e le strade diventano fiumi e il moto ondoso delle macchine ci accarezza i piedi. E i fulmini esplodono dentro i miei occhi. E sono bianchi come la pelle in qualche giorno tetro di novembre quelli in cui scusa c'ero dieci giorni al mese. Dentro qualche teatro o in qualche giardino di qualche castello, come Xabier Iriondo e le sue chitarre distorte e l'esserci nel momento giusto. Dopo tutte quelle volte che siamo arrivati troppo tardi, come anche questa volta, in effetti. Come le formiche che sembra abbiano infestato casa, costruiranno un esercito e ci costringeranno ad emigrare, ma abbiam detto che l'america è lontana anzi lontanissima, e allora abbiamo poco tempo per tirare su un piano b che sia moderatamente decente. E puoi illuderti, ma l'estate è già finita. Faremo qualche altro giro per le calli a schivare i motorini parcheggiati ovunque, a prenderci il vento e a perdere i tasti del telefonino. A incatenarci per un paio di giorni. A contare le stelle molestati dalle onde dei barchini. Puoi illuderti, ma so che non lo farai.

lunedì 5 luglio 2010

Carol of wonders.

Ciclicamente cado tra le tue pagine e c'è quel post che mi incuriosisce ma che non mi è dato leggere. E' una curiosità strana perché comunque rispettosa, perché davanti alle impostazioni che bloccano me e chissà quanti altri, ogni santa volta sorrido. Sarà perché non ho mai capito se hai mai parlato di me o se era solo immaginazione. Sarà perché adesso ogni cosa viene portata ad un livello di esasperazione esagerato. Ogni cosa diventa sempre più difficile da far scivolare tra le dita, come quando arriviamo in qualche modo a casa che è quasi mattina, come quando la chiave non gira nella toppa, come quando avviciniamo le mani ma il ballo che ne viene fuori non è poi questo gran ballo.
Ci siamo divisi quel famoso disco in varie parti, è finito che un pezzo di copertina è volato a forma di aereo sulla Piacenza-Bologna, il ciddì ha fatto un carpiato simile fuori della salaprove, la custodia si è sbriciolata dentro la mia borsa delle aste e l'altro pezzo di copertina te l'ho infilato nel taschino della camicia. Ci siamo divisi come un po' ci dividiamo noi ogni giorno, buttandoci via e buttando via tutto quello che abbiamo costruito. Adesso possiamo dire davvero è fatta e possiamo salutarci con più convinzione.
Ma poi sai, basta andare oltre alle solite cose e prendersi la solita pioggia, solo un po' più forte. Così ci sentiamo meno dentro ad un giorno balordo e magari all'ultimo riusciamo a non tornare a casa fradici. Ma poi sai, quando non si riesce a convincere, a volte confondere è la soluzione migliore. E vista la confusione sopra sotto dentro e fuori, penso di esserci riuscito in pieno.
E intanto resta così, che ho una sorpresa per te. Ti ho detto, di restare ferma.

giovedì 17 giugno 2010

Tempo e pace.

Portami a bere dalle pozzanghere perché siamo cambiati così tanto che forse non ci riconosciamo più. Che quello che poteva essere un nostro vanto e un punto d'orgoglio è diventato un chiedersi cosa manca; o forse è solo che a un certo punto, uno si stanca di passare sempre dal via. Sono momenti in cui mi cerco ai margini delle foto, venuto per sbaglio, fuori fuoco perché il fuoco è a qualche metro da me e io al massimo sto guardando l'orizzonte e sto pensando cose che adesso non ricordo ma che di sicuro non dimentico.
Quell'aria di incoscienza e scie di gioventù prese sempre un po' di taglio. Mentre mi parlate di quando truccavate i motorini e scappavate alla polizia, e io sorrido ma mi faccio serio perché è l'unica fase in cui le distanze sembrano ancora più distanze, perché sono gli anni in cui qualcuno è al liceo e si sente grande e qualcun altro è ancora alle elementari e non è altro che un pulcino. O poi uno attacca l'università e si sente ancora più grande e l'altro è imbarcato in un turbinio ginnasiale di versioni di greco e imperi ai limiti del collasso. Ma lo scarto tra elementari e liceo è molto più ampio rispetto che tra superiori e università, anche se gli anni sono sempre quelli. O così mi sembra.
Siamo così e un po' anche ci siamo imborghesiti, mentre mi massacro un'unghia e scivola il dito nella bocca e adesso sento il gusto dolciastro del sangue mischiarsi alla saliva. Quella che era diventata una terapia adesso è diventata una rubrica. Quello che sono io, sono i primi due minuti e mezzo di Tempo e pace di Roberto Angelini, come ammettere che ogni mio sforzo è vano, di sostituirmi con una batteria elettronica di reason. Perché poi? Perché faccio una fatica immane dopo dieci anni a riuscire ad accordare decentemente un rullante? Perché voglio mi hanno insegnato che non si dice ma si dovrebbe dire vorrei e invece io voglio punto? Mentre penso ai giri in macchina e a tutte le volte che abbiamo sbagliato strada perché parlavamo d'altro, e alle mie ricerche inutili e inaspettate sulla vita di Marlene Dietrich, perché mi andava di scrivere marlene dietrich su google. Perché vogliono bandire la Nutella e allora aspettatevi le barricate in piazza visto che ci si mobilita per questo e non quando ci vogliono mettere un bavaglio alla bocca. Senza fingere più di tanto tra l'altro. Come certe facce di certe farmaciste.
Come certe mail, che chissà se capiterai ancora di qui ma a differenza di quello che t'ho scritto spero davvero di ricevere una risposta, e mi piacerebbe infinitamente che fosse una bella risposta. Perché sono fatto così e sposto l'asticella del rischio sempre un po' più in là, fino a quando all'ennesimo salto magari scivolerò miseramente sotto e non la vedrò nemmeno oscillare per lo spostamento d'aria. Perché è così inutile a volte girare attorno. Perché un bicchiere d'acqua in faccia è più diretto, ma ze ben? Come giocare sui messaggi che non ci scriviamo. E le soluzioni stilistiche sono sempre meno come le mie facce di riserva, e quindi alla fine ho finito le facce e faccio una faccia ftriste.
In attesa, a chiedermi se la vita è un sogno o se sognare aiuta a vivere. No, scusate, questa cosa qui non è assolutamente vera, questa cosa non me la chiedo e non me ne frega assolutamente nulla, questo è solo un po' di me che se ne va palesemente fuori controllo e non ci faccio caso e lo lascio scrivere. Quello che so è che discutevamo di quanto schifo fanno le case qua a pochi metri dal mare, che sono venute su a caso, casermoni inutili, da affittare nella stagione estiva. Che bisognerebbe fare come in america e buttarle giù e tirarle su di nuovo. E lanciando il mozzicone di sigaretta dal quarto piano abbiamo pensato ai quadrati di facebook che hanno rotto i coglioni ma abbiamo pensato anche che le cose stanno così e sono costanti, solo a 'Marina. Invece oggi correvo in bicicletta scansando i tombini e stavano buttando giù una casa, quattro o cinque vie dopo la mia. Allora magari se ci crediamo forte, le cose succedono.
Perché, come dicevamo, la rive gauche più che un luogo fisico, è un concetto. E' un'idea.

lunedì 7 giugno 2010

Questione di secondi (e di coincidenze).

Per un secondo mi sono bloccato davanti all'username per entrare in questo blog. Non me lo ricordavo. Per un secondo mi sono bloccato davanti ad un commento che non avevo assolutamente visto. A chiedermi il perché, che insomma, sono sempre stato molto più preciso di quanto mi riscopro d'essere ora. Ora che continuo ad arrivare in ritardo come quando sono puntualissimo e il naso comincia a sanguinare ferocemente inondando la camera e imbevendo fazzoletti e mia madre il giorno dopo mi chiede che è successo e io le rispondo tranquilla dev'essere stata tutta la cocaina che ho tirato nel weekend e realizzo che sorride ma che non ha capito fino in fondo quanto stia scherzando. Ma pazienza, intanto mi blocco per dei secondi lunghissimi guardando l'angolo di una calle e pensando cazzo io la bici l'avevo parcheggiata lì e la bici cazzo non c'è. E poi sbucano dalle finestre le comari che mi raccontano una storia incredibile di urla per la calle e calci alla bici e lanci di bici e loro che la salvano e insomma tutto si risolve nel migliore dei modi anche se ci sono voluti dei cocarum da ometti. Quelli che hanno più il colore del rum che quello della cocacola.
Poi cosa dirti chiusi per tre giorni in una casa nel nulla a condividere le sigarette e delle canzoni da registrare. A sconvolgerci i pomeriggi senza rendersene conto, passando dalla cucina ad una sala tutta microfonata nel giro di una porta. Ad andare a letto e poi a tirarsi su per bere l'ultima birra. Che poi diventa mezza bottiglia di rum. Abbiamo scoperto che esistono dei cannoni per allontanare le nuvole basse, quelle che portano la pioggia. Ma non abbiamo voluto scoprire la reazione dei vicini che quando piove si beccano una razione doppia, probabilmente. E anche lì mi sono bloccato saranno state le tue parole che non capivo sarà che davanti avevo un vigneto bellissimo e il sole saliva piano e avevo un bicchiere di vino bianco freddo in mano. O ritrovarmi in tutt'altra situazione a girare da solo per le strade di Ferrara a dare una geografia a molti posti che conoscevo ma che non riuscivo a mettere in ordine. Come le vie strette dove regna un silenzio di tomba, anche se sei a trenta metri dal Duomo. A discutere di Dosso Dossi del palio che in realtà non lo conosce nessuno e degli americani. Quelli da bere.
Non rileggo ma ci penso e questo è un post da alcolizzati, che parlo quasi solo delle cose che ho bevuto. Forse dovrei solo preoccuparmi un po'.
E poi basta, che gli incisi bloccano i flussi di coscienza e continuiamo ad appuntarci troppo poche cose e a sperare che la memoria mantenga tutto il resto. Ma la tua mail me la ricordo, che poi è l'evoluzione di quel bigliettino arancione di qualche post fa che adesso che tutto si è compiuto capisco di aver volontariamente drammatizzato. Non nel raccontarlo o nel pensarci, nel viverlo proprio. Che tutto si poteva ottenere con meno pathos con meno macchinazioni, con meno. Ma sono cose che ti fanno sentire un po' più vivo, e ogni tanto quando ti senti tutto intorpidito sono le cose che ti salvano un po' le giornate. Come mi ricordo i tuoi messaggi, che alcuni pensi si fermino sul display del nokia e invece schizzano fuori e poi entrano dentro attraverso gli occhi. E so che qualche volta anch'io mi ricordo come si fa. Mentre andremo a prendere l'ultimo bicchierino saltando tra il selciato e dicendoci frasi che non posso dire. Ed è un peccato perché la frase che avevo in mente ci stava davvero bene. Ma è troppo presto.
E ho smesso di fumare. No, non è vero. Ma continuo a non spiegarmi perché dopo una pizza fumo quattro sigarette e poi magari il giorno dopo non ne accendo una fino a sera.


Invece, adesso, una sigaretta me l'accendo.

lunedì 10 maggio 2010

Diteci che siamo sani.

Sono in treno e da quando sono partito da Padova ho alzato gli occhi dal libro che sto leggendo tre o quattro volte al massimo. Non di più, giusto il tempo di focalizzare fuori dal finestrino i cartelli blu delle stazioni, fermate in città misconosciute di un nordest industriale e bigotto, stipato all'inverosimile di contraddizioni. Ma non ci penso, penso al libro e alla mia destinazione, a Verona alla presentazione di un libro, che ci vede schiacciati dentro senza realizzare appieno di cosa si stia parlando, di cosa si tratta in realtà. Ma non me ne curo, ho imparato a lasciare che certe cose passino semplicemente, prendendosi da sole il tempo che meritano. Per il resto, ho trovato i miei modi per non pensarci troppo, entrando nelle storie degli altri, che a volte la propria va accantonata per un'ora, un'ora e mezza. Così sono in treno e il treno è a dieci minuti da Porta Nuova e mentre sono una ex spia giudea al soldo dei veneziani, tradita e condannata e rifugiatasi a Costantinopoli nel pieno del 1500, una voce mi ridesta dal mio universo parallelo, che cosa stai leggendo? Silenziosamente impreco, come sempre silenziosamente impreco quando un esercizio di concentrazione durato minuti interi viene spezzato. Altai, rispondo. Di cosa parla, della Cina? Chiudo il libro, guardo la copertina, in effetti il nome Wu Ming, può trarre in inganno. C'è la mano di un falconiere e un falco appollaiato ed è della razza altai, uno dei più bastardi e dei più spietati, sì insomma, la domanda non è così fuori luogo, guardo l'uomo ma non lo metto a fuoco, mi soffermo sui particolari. No non parla di Cina, parla di Costantinopoli, nel 1500, anno più anno meno. Riapro il libro e non riesco a fermare gli occhi sulla riga giusta che l'uomo si è già seduto e mi fissa e comincia a parlare a voce bassissima. Che cazzo vuole questo?
Mi racconta di lui e della sua pessima giornata, dei suoi quarantatré anni e del suo lavoro in banca. Sono abituato a parlare con le persone è il mio lavoro mi dice. Io non posso fare altro che giocherellare con le mani e cercare eventualmente una via d'uscita. Il finestrino, ad esempio.
Mi racconta della sua pipa che si è rotta e sono due mesi che è a riparare e proprio oggi è andato a controllare l'evoluzione della cosa e il pezzo di ricambio deve ancora arrivare. Dice che si è incazzato. Dice che il mondo è così. Io misuro le parole perché non so che dirgli, e dopo attente misurazioni mi ritrovo a guardarlo e a sospirare. Non è la prima volta che parlo con qualche sconosciuto in treno, anzi a volte penso che sta diventando una pratica comune, solo che in questo l'impressione di qualche rotella allentata è un pensiero difficile da mutare. Ancora immerso nelle trame bizantine e nelle vie strette e scoscese di Costantinopoli, mi ritrovo a guardargli le mani per non trovare nessun anello, il cappotto che non centra nulla con il resto del vestito, le scarpe nere macchiate di pioggia. Intanto mi dice dov'è nato dove vive dove lavora. Lo chiede a me e gli sparo una generica Venezia e uno generico studente. Avrei potuto dirgli, non lo so, musicista, nullafacente, essere umano, ma resto coperto, in attesa di eventuali evoluzioni. Evito di dirgli cosa sto andando a fare a Verona, anche perché non ne sono così sicuro nemmeno io. E' compiaciuto del mio dargli del lei, non si cura che assecondo i suoi viaggi mentali con qualche striminzita parola. Dice che siamo una generazione di sconvolti noi giovani, che non c'è rispetto e che l'altro giorno in treno ha detto ad un ragazzo hai un bellissimo sguardo e il ragazzo l'ha guardato e gli ha riso in faccia e se n'è andato. E ci mancherebbe penso io siamo una generazione di sconvolti senza rispetto ma io le do del lei perché così mi hanno insegnato a trattar la gente sensibilmente più adulta, certo che c'è modo e modo per approcciarsi a chiunque, e dire ad uno sconosciuto che ha un bellissimo sguardo non sempre può risultare la mossa migliore. Che l'asticella del fraintendimento è alta, molto alta. Continua a cambiare discorso, mischiando frasi confuse a risate fragorose, scendendo vertiginosamente di tono fino a bisbigliare. Mi chiede se faccio l'attore, io rido e gli dico di no ma gli chiedo perché. Perché ti prendi il tuo tempo per rispondere, mi dice. Non vuol dire un cazzo, penso. Non mi dispiace l'idea di conoscere una storia diversa dalla mia, che per pochi attimi si è incrociata su un regionale, non sono un attore e anzi devo combattere contro un certo impaccio, spesso e volentieri, penso. Perché sono fatto così, dico.
Verona Porta Nuova mi salva, scendiamo assieme e nel tempo di una rampa di scale dal binario al sottopassaggio mi racconta delle sue quaranta pipe dei suoi mille libri della passione per Sherlock Holmes della sua casa piccola ma ordinata. E' un compulsivo. Single. Un po' folle. Mi stringe la mano e sparisce. Troppe volte mi succede di ritrovarmi nelle stazioni, e di chiedermi cosa sta succedendo attorno. E di non trovare una spiegazione.
Ciao Max, sono arrivato in stazione, ci sei?
Ciao Mattia, cinque minuti e arrivo.

venerdì 23 aprile 2010

Il momento.

Fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai. Affondiamo i remi nell'acqua torbida di citazioni spaventevoli, di angeli della nebbia, di personaggi lontani nello spirito e nel tempo, che mi rincorrono. Correggio sembrava così lontana, invece sarà tra due settimane. E a suo modo è un qualcosa di aspettato e di non propriamente conscio, che tutto può succedere e quindi può anche non succedere niente. Com'è già successo. Bisogna preparare il campo, i treni, gli spostamenti, bisogna affinare le mail che ti scrivo troppo poche volte e che manifestano chiaramente la mia incapacità di dire cose sensate. Sarà che mi piace osservare più che scrivere, che mi piace appoggiare le spalle e la testa al muro, e sentire il rumore che fa la notte. Mi piacciono le persone con tutte le loro incongruenze, quelle incongruenze che sappiamo essere in noi e che tanti fingono di non avere. Liberi tutti, di fingere una perfezione che non esiste. Libero io di sentirmi ancora più in dovere di notarle e di sorridere, in silenzio. Libero di sentire che qui c'è poco da riempirsi, anche se era così bello infilarsi tra le calli nelle notti estive, in bicicletta. Moderatamente fatti ma non così tanto, da riuscire a realizzare il momento. Era così bello, com'era così bella la panchina sulla laguna e i carabinieri che ci vengono a trovare, il mare dopo otto ore di macchiatoni che non ce lo ricordavamo così vicino. Ma non basta, non basta. Non è colpa mia se mi piacciono i volti sconosciuti, se mi piace la confusione della stazione di Bologna, se mi piacciono i camerini pieni di fumo, i discorsi alle fermate degli autobus, i concerti della vita che si sia in sei o in sessanta o in seimila poco importa, le persone che piove e ti prendono per il braccio e ti porgono il loro ombrello. Mentre piove, piove. Ma intanto.
Mentre prepariamo la squadriglia del giudizio, amici miei, radunando il nostro cinismo spietato fatto di applausi alla bolognese e di birre piccole, che ci usiamo spesso anche tra di noi. Perché se vai su un palco, devi essere conscio che puoi essere massacrato. Che sei passibile di giudizio.
Mentre ho fatto la pace col mio passato anche se insomma più che una guerra è sempre stato solo un acceso diverbio, e ti ho detto con il sorriso tu mi hai insegnato ad avere pazienza e io a suo tempo ti odiavo per questo perché volevo soltanto uscire da quella salaprove sottoterra e spaccare il mondo invece alla fine ho capito che avevi ragione tu, che l'irrequietezza mi prende ancora, ma adesso la misuro, la costringo. La sfrutto. E pensare che invece tu adesso fai i concerti senza sapere cosa portarti sul palco. E abbiamo brindato ai due anni lontani.
Mentre guardo la bellezza di quelle facce soddisfatte quando si socchiudono leggermente gli occhi, perché quello che hai appena sentito è esattamente quello che volevi sentire, parola più parola meno.
Mentre fuori pioviggina e franano i progetti alcolici della serata.
Mentre mio fratello cresce ogni giorno di più e sento che si stacca piano piano, come dev'essere, alternando presenze ed assenze, alternando sonnambulismo, abbracci inspiegabili, e l'illusione degli otto anni.
Mentre studio l'arte di ascoltare e sempre più stona il verbo studiare. Che sarebbe ora di viverli, questi pomeriggi piovigginosi. Continuando a riempire pagine inutili, ma che facevano molto più male, quand'erano bianche.

martedì 20 aprile 2010

L'impercettibile saluto.

Alla fine quello che è stato non torna più e quello che è stato e che ci è rimasto tra le dita è comunque troppo poco per pensare di costruirci attorno qualcosa di decente. Così è meglio partire da zero, o non partire affatto. O semplicemente cambiare l'approccio e ammettere che il tempo passa e l'aspettativa anche, che il tempo degli errori di gioventù sarebbe da accantonare e sarebbe ora di diventare qualcosa. Di contare fino a dieci. Di riprendere in mano la penna e i fogli bianchi. Di accettare di buon grado quando mi tiri giù e quando hai ragione. Ovvero sempre, accidenti a te.
C'era una volta un ragazzo che scriveva in continuazione e c'è un ragazzo che non scrive più. Saranno i pensieri troppo alti e scollegati, sarà la pretesa di una rivoluzione e di quello che non c'è. Sarà che poi le cadute più rovinose si fanno sulle scale di casa, scivolando tra l'erbetta appena bagnata del giardino. Avercelo, un giardino.
Intanto il ragazzo arriva alla stazione di Padova, nella borsa il necessario per sopravvivere alla serata. L'ora è ancora quella vecchia, le diciannove e trentadue scandite dall'orologio del cellulare rappresentano un orario notturno. Il ragazzo segue il flusso di gente dagli sguardi bassi e dalle sacche pesanti, giù attraverso il sottopassaggio. L'imbocco odora di profumi densi e fumo di sigaretta. Dalla tasca estrae sessanta centesimi e appena può si stacca dal flusso, camminando a passo spedito verso i bagni della stazione. Non c'è anima viva, c'è solo il brusio lontano a mischiarsi con le voci metalliche degli avvisi. Di eurostar in ritardo. Inserisce i sessanta centesimi nella macchina mangiasoldi all'entrata, scattano le porte automatiche, entra nel bagno. Dalla borsa fa uscire una busta nera, piena di oggetti personali: uno spazzolino, un tubetto quasi spremuto di dentifricio, del deodorante, un contenitore per le lenti a contatto, del filo interdentale. Si lava i denti, si sciacqua la faccia stanca, ripensa alle cose successe da quando si era svegliato, svariati chilometri più a sud, in un'altra città, in un'altra vita. Ripensa a quel numero di telefono abbozzato su un foglietto arancione, alle strategie per ottenerlo, al modo in cui lo ha ottenuto, alle variabili indipendenti che gli si parano davanti e che forse non lo porteranno da nessuna parte. Alle poche sigarette rimaste nel pacchetto dentro la tasca della giacca. Sistema il colletto della camicia ripassando nella mente le parole della sera prima, le riflessioni amare e la sensazione acre di aver perso l'attimo, la fortuna, la buona stella. Entra un uomo di mezza età, in vestito, che lo squadra dal suo metro e ottanta, e gli rivolge un saluto impercettibile, senza fermarsi. Ha gli occhi piccoli senza vitalità, pochi capelli, una cravatta spigata granata e blu, una camicia azzurrina, sgualcita da una giornata cominciata evidentemente troppo presto. Una ventiquattrore in pelle portata con la mano destra, un anello d'oro che dà fastidio a vedersi da quanto è appariscente. Il ragazzo ricambia, abbozzando un mezzo sorriso tirato, attraverso il riflesso dello specchio che campeggia rettangolare sopra tutta la fila di lavandini. L'uomo ha un'espressione troppo composta, granitica, mentre gli sfila alle spalle; l'accenno di saluto, la cortesia, sembra già essere immaginazione, invenzione, difetto. Entra in bagno, il ragazzo nota per la prima volta i colori asettici e freddi del bagno; non c'è accoglienza, non c'è vita, non c'è nulla. Fuori c'è il buio e gli eurostar in ritardo. Dentro ci sono troppi aspetti da sistemare. Pigia il pulsantino verde che sblocca le porte automatiche, si ributta nel flusso. Non prima di aver dato un'ultima occhiata al bagno della stazione, a quell'uomo e al suo impercettibile saluto. Forse non è mai esistito, non il saluto, non l'uomo.

giovedì 4 marzo 2010

Chili di sale.

Alla fine le cose si sarebbero aggiustate con una telefonata. Con una mail, con un messaggio qualsiasi. Più che aggiustate, diciamo che avrebbero preso il giusto corso. Ecco, sì. Il giusto corso. Non ci saremmo arenati su questa spiaggia bianca fatta di granelli di nulla. Avremmo calcato le nostre metafore come fossero delle leggere increspature. Avremmo continuato a ridere e ad essere così come siamo, a prenderci gioco delle cose e della gente e dei ruoli. Perché siamo fatti così e non serve nasconderlo e non lo abbiamo mai nascosto. Che ci piace. Alla fine le cose si sarebbero aggiustate ma forse non c'è niente da aggiustare. Semplicemente le cose sono così e febbraio è passato e passerà marzo e verrà aprile. Mentre ritrovo tra i reperti ammucchiati nell'armadio frammenti di un passato che è stato troppo intenso per essere catalogato. Alla fine le cose si sarebbero aggiustate ma con un minimo di attenzione e di fortuna in più forse non avremmo mai dovuto pensarci. Con le mani infilate nelle tasche a raschiare le cuciture dei jeans e le cuciture delle gambe. Aspettando la prossima onda.

venerdì 26 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (4)

Pazientate altre tremila battute, che questo è l'ultimo quarto, è il colpo solitario di hi-hat, prima di chiudere. Prima di alzarci sorridervi e andarsene. Che qui finisco io e cominciate voi, o viceversa. Come quando accendevamo la sigaretta sbuffando per sprofondare nel primo divanetto disponibile. A cercare il silenzio. Come quando fuori piove che è la frase penso più abusata di questi mesi infiniti di blog.
Mercì Valentina.


venerdì 19 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (3)

E così siamo arrivati al terzo capitolo di un qualcosa di contorto e di vero. Vero come gli occhi, che qui vero sta per vetro e quindi verrebbero fuori battute dimenticabili. Che si cominciano a serrare le fila, anche se le frasi che cominciano con il che non sono sempre le migliori. E ci riprendiamo anche a chilometri di distanza perché ci sono state cose che ci hanno legato. Ci hanno stretto i polsi e io ne porto ancora i segni. Sarà che voi ve ne siete andati da un pezzo e io sono rimasto qua. A rincorrere sogni sbilenchi.
Quasi a dimenticarmi di postare queste quattro righe.

venerdì 12 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (2)

Trecentesimo post e dentro non c'è scritto nulla. Solo un link, un due di quattro che si porta febbraio a braccetto. E c'è stato nevischio neve e ora c'è un minimo sole. Da sussurrare, che non si sa mai.
Intanto tra un po', 33ore porta le sue musiche sul palco del Locomotiv, prima del cuore anoressico di Giorgio Canali.
A bientot.

venerdì 5 febbraio 2010

La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti (1)

Setteperuno ci ospita e ci lascia invadere i suoi venerdì di febbraio. Così questo è il primo post di quattro dove ci sarà solo un link. Ma siccome mi perdo in mille parole inutili, per questa volta solo per questa volta mi cimento a parlare del nulla. E domani sera c'è l'ultima data del tour dei Blake/e/e/e, a Montelupo Fiorentino. Così ci salutiamo. E poi accàsa. Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene.

lunedì 1 febbraio 2010

Giù come forse sei tu quando viene la sera.

Questa cosa qui non è stata scritta adesso è stata scritta in treno. Perché adesso va così. Perché così funziona. Perché dovevo fare tutt'altro. E invece.
Partiamo da un pacchetto di winstonblu morbide. Perché fa troppo freddo per rollarsi le sigarette di drumbianco. Perché le mani sono congelate e non solo le mani. Partiamo da un treno che chissà se e quando partirà ma dovrebbe partire, che mal che vada ci metterà dei secoli ad arrivare. Che basta arrivare a Padova, che ormai ci siamo organizzati e ci siamo abituati a questi disguidi con trenitalia, che al massimo nelle news ti dice che la linea superveloce supersottile tra Chioggia e Rovigo si fermerà per disinnescare una bomba. E non ti dice che solo a Bologna è venuta giù una nevicata memorabile e in tutti i posti in cui siamo stati in cui dovremo andare c'è il sole. Partiamo con queste strategie di viaggio che scrivo in una carrozza di seconda classe di un regionale sbagliato e che poi passerò in un blog che continua ad essere inutile, e che è diventato musicale con il tempo, e che si è caricato di tanti troppi significati.
Con i Bachi da Pietra a farci compagnia, e mille voci diverse oltre le cuffie, per sostituire la tua. Non perché siamo tristi, ma perché siamo stanchi. Perché siamo necessariamente minimali, navigando a vista, navigando in solitaria mentre ti dico cosa sono diventato e tu mi dici che non sono più io e io concludo con il peggiore dei e vabbé. Perché è vero, a volte si ha solo bisogno di rendersi conto delle cose, per capire cos'è giusto e cosa si sbaglia. E allora ti ringrazio per le seconde volte, per le seconde possibilità, per i castelli di carta che ricostruiamo dopo averli fatti precipitare con un colpo di mano sbadato, quando eravamo quasi convinti di avere fatto un buon lavoro.
Intanto il treno è partito, cinque minuti di ritardo. Il controllore passa e fa finta di non vedere nessuno e non chiede i biglietti e si sistema il nodo della cravatta, leggermente storto.
Perché adesso ci siamo fermati e la nuova disposizione delle cose lascia delle voragini. Da cui vedere i paesaggi innevati e il sole che muore oltre i colli e la basilica e i cartelli blu di Bologna Centrale.
Perché adesso in realtà non siamo ancora fermi del tutto, ma procediamo per inerzia. Che avevamo gli occhi gonfi quando ci siamo detti non lo facciamo per scalare i quarantanove scalini della saggezza lo facciamo per essere telegenici mentre ci schiantiamo.
Giù come forse sei tu quando viene la sera.
Ma guarda come siamo magnifici mentre precipitiamo. Mentre ridiamo e fingiamo di tirare su vetri divisori immaginari. Mentre le prove con 33ore sono magicamente saltate perché la mattina ha portato in dote una quindicina di centimetri di neve e con la macchina di Marcello in sala prove non ci saremmo arrivati mai. E scusa se non ci vediamo da troppo tempo e la prima mezz'ora dopo il concerto l'ho passata a fissare il vuoto, che sono fatto così. Specie se non hai neanche un freedrink a disposizione per scioglierti la lingua e lo stomaco. Specie se non hai neanche la forza di iniziare una discussione decente, perché io sono lucido e tu sei spaventosamente brillo e nelle orecchie ho ancora i corvi che gracchiavano dalla cassaspia e non capisco le tue parole biascicate.
E stiamo attenti per piacere a cosa diciamo e a come parliamo. Che dirmi certe cose e pensare che io sia dentro la tua testa e ragioni con la tua testa è un difetto di valutazione indicibile. Che io sono io con i miei obbiettivi e la mia fame. Sono tutte le sensazioni di cominciare un esame e alla seconda domanda di finire l'inchiostro della penna. Di maledire una calcolatrice perché tira fuori dei risultati eccessivamente sbagliati. Sono tutti i silenzi e tutti i giri che il batterista dei RUNI fa ogni quattro battute e io faccio fatica a pensarli in una canzone intera.
Ma va così, e non è arrendevolezza. E' presa di coscienza. Come andare a letto che è mattina e quando si sente la sveglia pensare solo non è possibile. E dove non ci arrivo io ci siete voi che in vari modi mi fate capire che forse quarantanove scalini no, ma uno forse dopo mille scivolate potrei averlo scalato. Che penso sia un divertissement, e invece potrebbe essere qualcosa di più. Senza etichette, che al massimo ci scherziamo sopra e ci diamo un'aria sovrastimata solo per beccarmi un pugno sulla spalla. Che non è forte che non fa male, ma che è deciso, che a volte mi tiri giù anche così. Perchè te sai come prendermi e come fermarmi e come farmi sentire.
Come quando finisco il tabacco e Andrea mi prepara una sigaretta senza che io gliela chieda, e assaltiamo l'autogrill anche se è un MyChef. Che lo sanno tutti che l'unico autogrill peggiore di un MyChef, è un MyChef chiuso.
Il controllore torna e chiede il biglietto, faticando a vedere il marchio dell'obliteratrice. Perché è vero, gli va concesso, nell'obliteratrice c'era pochissimo inchiostro e non si legge nulla, che potrei averlo segnato un mese fa. Allora lo vedo abbassare gli occhi sulla data e l'orario stampato dalla biglietteria automatica, il momento dell'emissione del biglietto. 31012010 16:06. Il nodo della cravatta è ancora storto. Ci sono cose difficili da raddrizzare.
Ed io ho finito le parole.

venerdì 29 gennaio 2010

The Blonde Chicken

Ci diremo che una cosa del genere non è esattamente da noi. Che di solito ci manteniamo molto più discreti. Ma adesso va così che oggi siamo diventati cattivi e il plurale maiestatico serve soltanto a darci un tono. A differenziare. Intanto, la colonna sonora è Povera patria di Battiato. I sensi sono lati, ma anche no.
Comunque, oggi siamo vestiti così. Fuori il cielo è quasi grigio. Dovremmo un po' farci l'abitudine.


Comunque, la foto è volutamente piccola. I jeans sono dei levi's che non mi ricordo il modello ma non sono i 511slim che poi sarebbero quelli che preferisco, ma stanno sufficientemente stretti e quindi vanno bene anche questi. Il maglione è della benetton col collo a v e ne ho uno grigio identico, sono quelli che ne prendi due e paghi una cinquantina di euro, o forse anche meno. Li hanno di tutti i colori, ma a me il viola mi ha sempre affascinato. Come il grigio. Quindi magari ho anticipato di un bel po' anche certe mode. La sciarpa è un regalo so la sua provenienza so che è cheap e non mi interessa altro. Si è vista un po' di posti, è stata quasi dimenticata in molti posti. Ma è ancora con me. Il pezzo forte sono senza dubbio i RayBan, una splendida imitazione che ho comperato senza nemmeno provare. Tutti dicono che sono troppo grandi. Io ho la testa grande, quindi non capisco dove stia il problema. Però alla fine, è vero.
Dovrei farmi la barba, dovrei tagliarmi i capelli. I braccialetti sono degli stupidissimi elastici per capelli, che non è che sia un feticista, semplicemente mi sono stati regalati. E la foto me la sono fatta da solo, con l'autoscatto. Sono felice, davvero.

Signorina Chiara Ferragni, tanto di cappello. Che tra l'altro nella mia mise di oggi, non c'è. Trenta secondi per imparare le tue lezioni sui vuoti di pressioni nel cervello. Per capire come si fa a finire sui giornali. Quasi mezz'ora per scrivere male, malissimo, per scrivere come te. Perché non vedi l'ora di finire gli esami per andare all'estero, perché l'Italia è retrograda. Potremmo prendere l'aereo insieme (anche se tu sarai ovviamente in prima classe), e allora sarà divertente guardarci negli occhi e dirci sai me ne vado perché la moda a Parigi è tres chic e sai me ne vado perché di gente come te non ne posso più. E allora mi renderò conto di essere davvero condannato.
Riquoto che se mi cercate, sono nudo sul tetto di casa, fatto di LSD, alla Funeral Party. Al massimo scenderò per cancellare questo post.

martedì 26 gennaio 2010

Era qualche mese fa.

E poi ovviamente tra le tante cose mi hai detto fai un post. Che poi è solo una specie di forma mancata di terapia del silenzio. Perché così tutto era nato. Che poi le frasi sono troppo brevi e non uso il puntoevirgola, adesso. E mi sa che neanche si rilegge questa volta, o forse sì. Sai, siamo tornati dal tour in Francia dove ci siamo moderatamente distrutti e mi sono portato via anche i libri per studiare che giovedì ho un esame a cui ci tengo anche. Poi ovviamente non ho aperto i libri perché il furgone era ingestibile come le notti come le mattine e i nostri ritardi congeniti. E oggi pomeriggio sono rimasto a passeggiare per la casa senza fare niente apparte un diagramma del modello di Vaughn sull'emozionalità la razionalità l'alto e il basso coinvolgimento: ho piazzato le L di Learn le F di Feel le D di Do a seconda di come vanno messe. Che poi le L F e D sono il modello di Lavidge e Steiner mentre su Vaughn con le slides troppo distanti ho anche i miei dubbi.
Comunque sì, l'obbiettivo è questo e non è il tour, il tour che quando ci saremo raffreddati allora sarà facile parlarne. Che sono successe cose. L'obbiettivo sono io e tutti i miei difetti e questa giornata sbagliata di altri nomi e altri modi per perderli di nuovo. L'obbiettivo sono io e tu che mi hai detto che scrivo come suono e allora ho sorriso ma sottosotto ho cominciato a preoccuparmi per come suono.
L'obbiettivo è che ho sbagliato molte cose e come sempre non riesco ad arginare la piena. Perché parlavamo non troppo tempo fa del fatto che questa la si potrebbe anche chiamare felicità, se ci fossero un po' di aggiustamenti, e adesso se ci penso a quella birra e a quei cicchetti mi sembra di tornare indietro di secoli.
E ogni volta è sempre così e allora penso sia colpa mia. E allora lo dico qua e non si capisce niente ma magari qualcuno capirà. E basta che tutto questo l'ho scritto in tre minuti e adesso non so che altro scrivere.
Sarà che c'è odore di coventrizzazione, ed è una parola che non usano in tanti. Ma il significato c'è, il senso c'è, il rapporto tra cause ed effetti e ciò che resta, compresa tutta la voglia di questi giorni, di sentirmi bene, di farmi bene.
Sarà che è tempo di crescere un po' e di farsi le ossa più robuste, di prendere i cocci e studiare il da farsi. Di riprendere pubblicità e darci dentro che sono mesi che ci sto dietro. Ma sai che le coincidenze ci sono sempre venute male, che pubblicità è poi lo specchio di te e di me e di tutto il silenzio della mia riservatezza. Che le coincidenze ci portano a non sapere cosa seguirà al prossimo passo. Che ancora tre settimane e poi ci fermiamo e probabilmente si fermerà tutto e allora staremo male perché staremo persi.
Perché il puntoevirgola non lo so usare e fuori c'è il nevischio e tra le tante cose devo scrivere un pezzo che poi è abbastanza allegro e quindi oggi non posso fare nemmeno questo.
Perché cronache dagli o degli anni zero non lo so come si chiama perché a quant'ho capito hanno sbagliato la stampa è praticamente uscito, e dentro ci sono anch'io e mi sa che mi toccherà persino comprarmi una copia e la cosa mi fa beatamente incazzare.
Perché oggi va così e forse sbaglio da mesi e oggi è solo la punta di un iceberg e tu che mi scrivi in chat solo per dirmi se ho voglia di parlare ma poi tu tutta questa voglia di ascoltare non sembri avercela. Ma forse mi sbaglio anche qui. Anzi sicuramente è così.
E gli occhi gonfi erano anni. Anzi no, sbaglio anche qui. Era qualche mese fa. Te li ricordi?

sabato 2 gennaio 2010

Ciò che resta di noi sotto il tappeto, ancora.

Duemilaenove. Ventitrè. Io. Me. Dall'Officina49 al Pao Long Beach. Il Circolo degli Artisti e la Lomax. Mangiare sushi a colazione. Le ore piccolissime. I tuoi occhi. I litigi col metronomo. Gli assalti agli autogrill alle quattro del mattino. La Drum Sound. La Roland. Le fotocopie di Diritto. Vienna. Amsterdam. Parigi. Berlino. L'onomastica emiliana a Ourcq. Le occupazioni francesi. L'Unwound. 1407. Avremo altri nomi e altri modi per perderli di nuovo. Gli spaghetti alle vongole di Egle. L'albergo di Zilina e il pavimento di Brno. Le mie penne tonno e zucchine. L'inattesa piega degli eventi. La nostra guerra. I tuoi occhi, ancora. Le tue mani. La moleskine in pensione. Il Mac pagato in contanti. Le cene di pesce e le bottiglie di pinot grigio. Remind Me urlata al concerto dei Royksopp. Lo Zacapa. Il Drum Bianco e le Winston Blu. Matilde e i suoi tre padri. Il camerino dello Spazio211. Il camerino del Locomotiv. Il tempo delle mele elettroniche. Il tempo di ricucirsi i polsi. Il Vacuum studio. Vers quelque part. L'ultima occasione. I laboratori di pubblicità. Il primo e l'ultimo dio. La valse d'Amélie. Salsiccia e friarielli. I cicchetti salernitani. I gatti di Traverso. I tuoi occhi, ancora, sarà che sono troppo grandi e troppo profondi per me. Jesus is back. Obama. I ritorni notturni. I ritorni mattinieri. Le comuni in montagna per capodanno. I canederli. Tè. Il Miami festival dei baci e dei miei occhietti spenti. Alcuni dicono buonanotte, la sera. Psycho killer. Le discussioni infinite. I progetti insieme. Ragazza eroina mi chiedo come fai a non cadere mai. Gli abbracci con Appino. I secret show. I cinquanta concerti fatti. Il basso con l'envelop filter. I Tortoise sempre e comunque. I risotti di Marcella. Le vellutate di Marcello. I venerdì a pranzo dal Pizza. L'universitario ritrovato. Montieri. La neve. Ciò che resta di noi sotto il tappeto. Ciò che resta in testa e verrà dimenticato. Te che ogni tanto mi manchi. Te che ogni tanto ti odio. Le biografie. Venire abbandonato per strada con due gradi e una sigaretta. La chiusura del SestoSenso. Il mio tono sgarbato. Le colazioni di Dresda. Il mostro di Dusseldorf. Le stelle cadenti. La pasqua in barca. I macchiatoni decaffeinati e gli shakerati decaffeinati e la prossima volta prendetevi un bicchiere d'acqua. La mia vita disegnata male e l'Internazionale a Ferrara. Le luci della centrale elettrica, sempre. I dischi dell'isola deserta. La Kalsa. La nausea. La busta del tabacco. La custodia della Shure. Le testate al muro quando piove fuori le telefonate notturne quando piove dentro. E vaffanculo a questa cazzo di marea che sale. Le coincidenze mancate. I regionali delle 6.o2, antimeridiane. Rage. La stagione dell'amore. La stagione dell'odio. L'oroscopo di Brezsny. Alexander Platz. Place de la Bastille. Ciao Mattia, dormito bene?

domenica 27 dicembre 2009

Life less serious. Diario in ritardo di un tour sbilenco.


Allora dobbiamo darci una mossa. Che questa volta Chioggia Padova Bologna Roma Salerno Napoli Eboli Sorrento Salerno Benevento Rende Ragusa Palermo Catania Bologna Padova Chioggia.
Allora dobbiamo darci una mossa. Che il tempo passa ed era ancora novembre quando tornavamo a casa alle 8 del mattino per organizzarci meglio le lavatrici per un'alba e un cornetto caldo, quando eravamo chiusi al Locomotiv ad imprecare e a farci male per preparare il nostro tour estremo.
Che poi si va a Roma e sono un po' di date di fila ed è come il tour europeo solo che stiamo un po' più impacchettati in macchina e soprattutto quando saremo sbronzi non ci dovremo impegnare a fabbricare discorsi in inglese o in francese o in cirillico che non capirà nessuno che non capiamo neanche noi.


Salerno ci siamo rimasti un po' tra chitarrine acustiche gatti bianchi e bombe a mano, tra cene di pesce e panini alle cinque del mattino, dove la gente ti saluta schioccando le dita e guardando altrove, dove noi ci svegliamo che è il tramonto e abusiamo skype per vederci, e sentirci meno soli.
Poi i posti estremi e i concerti estremi e guarda verrei volentieri a dormire a casa tua però magari se prima ci presentiamo è meglio, e scattiamo foto oscene e odiamo il mac che nella vita reale ci sono dei workshop di pubblicità da consegnare. Life less serious. Life less serious come certi quadri urbani dopo una giornata passata nel traffico di Napoli, life less serious come i fritti le salsicce i friarielli il vino la cocacola in bottiglietta di vetro i nubifragi e le budweiser a tre euro alle cinque del mattino. E non permettere a un napoletano di chiamarti cafone.
Posti ancora più estremi e deliri notturni che Cristo a Eboli si è fermato ma ci dev'esser rimasto pochissimo, e controvoglia. E noi comunque la ferrovia non l'abbiamo vista. Continuiamo ad affacciarci al mondo con skype continuiamo a sentirci vicini e lontani ed è un po' come l'attente anche se sappiamo che è difficile. Difficile come tornare a Salerno. Difficile come chiedersi dove sei.
Difficile come insediarsi a Benevento alle due di notte e scoprire che saranno due giorni splendidi, di passeggiate e caffè corretti strega e pranzi autarchici e un Morgana murato e una registrazione a portechiuse il giorno dopo. Skippando i 99Posse e ci mancherebbe. Membro ufficiale dei 99Pose e ci mancherebbe anche qui.


Evitare la pasta al pesto. Scappare via. Salutare la cassaspia che non funziona e le tue interviste da postconcerto che non stanno in cielo e in terra. Cameriere nazi che non ci offri i cicchetti, ti odio. Colonizzare un ostello. Aprire una bottiglia di vino con uno spazzolino da denti. Sono pensieri che non riesci a trattenere. E' la stanchezza che comincia a prenderti e la mattina sei un po' segnato, un po' come svegliarsi a Rennes, un po' come andare a Berlino.




Poi c'è la Sicilia ed è un mondo bellissimo di strade statali e di buio e di arancini e l'Hotel La Fabbrica di Ragusa che adesso non c'è più ed è stato fantastico e non ci sono parole a descriverlo e basta leggere cosa hanno fatto a Sergio la settimana dopo per rabbuiarsi.
C'è Palermo che allora partiamo un po' per la tangente e ci diamo comunque sotto e passeggiare per la Kalsa ha i suoi perché come i pranzi di pesce per la strada e la Palermo-Catania.


Catania e la Lomax e una degna chiusura e noi come Harry. A pezzi. Dopo aver finito le parole a guardare il cielo dal terrazzino e vedere le stelle cadenti e vederne un sacco e dire siamo a metà dicembre e qua sono quindici gradi. E pensare dove sei? ma non dirlo a nessuno che tanto sarebbero parole lasciate per strade e nulla più.
Il limite fisico si raggiunge quando un cannolo per colazione crea scompensi per ore, quando ci facciamo tutta la Sarc al contrario in una botta sola e tra una cosa e l'altra tiriamo da Catania a Bologna e arriviamo alle quattro del mattino e ci siamo beccati anche la neve che l'ultimo giorno di tour ormai è una costante. Barberino come Immenstadt, come sempre.


E allora ci ricomponiamo, prendiamo un treno alle seiezerodue del mattino. Così siamo a Padova alle setteetrentatrè. Così alle ottoezerouno prendiamo l'autobus e alle noveemezzacirca siamo a casa. Nessuno piange a casa, nessuno ride.
E siamo di nuovo sulla giostra. Tanto per gradire. Che alla fine è vero, life less serious. E ciao nonna Maria. E caro Gino.


So please, please, please let me get what I want this time.

mercoledì 16 dicembre 2009

Hotel La Fabbrica.

A volte le parole non pesano nulla, altre volte le parole pesano come macigni. Stiamo ancora metabolizzando, dobbiamo ancora scrivere di quello che è stato, pensiamo a noi cercando forme eleganti per rendere i concetti migliori. E intanto La Fabbrica, un ex hotel dismesso nel pieno centro di Ragusa occupato due mesi fa dopo anni di abbandono, è stato sgomberato dalla polizia. Non importa avere idee politiche diverse, avere idee gestionali diverse, avere idee in testa diverse. Quel posto, dopo due mesi, era già diventato una piccola realtà. Quel posto, settimana scorsa, è stato teatro di uno dei più bei concerti di tutto il Border Radio Tour. Solidarietà, anche da qui, a Sergio che era dentro, a Carlo, a Max, a tutti quelli che ci hanno fatto sentire a casa. Resterà quel portatabacco in pelle. Resterà il ricordo di un'isola felice che non c'è più.
Questo è il comunicato:


Stamattina (15 dicembre), quasi dopo due mesi di occupazione, è stato sgomberato dalle forze del disordine lo Spazio Autogestito La Fabbrica di ragusa, dentro è stato trovato Sergio che è stato subito portato in questura. Ancora una volta le istituzioni dimostrano di non capire le esigenze della popolazione in un posto vuoto e grigio come la città di ragusa dove dietro la maschera del “famoso” barocco si trova una popolazione sempre chiusa in casa e dalla vita assolutamente monotona con figli che stanno sempre e solo fissi davanti allo schermo. Il collettivo stava cercando di ravvivare la situazione di degrato e monotonia del centro storico con iniziative costanti e continue di tipo ricreativo e culturale come concerti, presentazione di libri e giornali studenteschi, accoglienza alle associazioni prive di sete, assemblea sul diritto alla casa, corsi gratuiti e la settimana prossima sarebbe partita una mostra d’arte.

Esprimiamo solidarietà a Sergio che è stato trovato dentro lo spazio.

Fate girare la mail il più possibile, mettetela nei blog inoltratela fate sapere a tutti

Psycho killer.

Siamo tornati, hai visto? Siamo tornati e ci vuole un po' di tempo a metabolizzare e a scrivere per rendere di altri una cosa che è profondamente nostra. Per questo genere di cose, il tempo non è un problema. Per questo genere di cose, anche un punto sarebbe una conquista.

Siamo tornati e ogni volta sono delle montagne russe. A quei tempi di questi tempi sanguinavo e ansimavo e avevo sbagliato tutto. Sai, i tempi i modi le uscite di scena. Quel genere di cose in cui non ne sono mai venuto fuori in maniera decorosa. Quel genere di cose in cui poi si finisce che è sempre colpa mia. E col senno del poi abbiamo riempito lo stretto di Messina e abbiamo realizzato che è vero.
Domandiamoci perché esplodono tutte queste bombe e perché crollano i muri di camera nostra, perché non possiamo lanciare dischi fuori dai finestrini senza risultare sgarbati e perché non possiamo essere semplicemente liberi. Perché siamo succubi di sovrastrutture di ansie di male in polvere. Chiedi alla polvere. Ma magari nemmeno lei si degnerà di risponderci.
Tormenterò il tuo cervello con il mio essere stronzo, ovunque sarai. Ti sarò vicino con il mio cuore, ovunque sarai. Tornerò ad essere più cangiante di quello che mi sento adesso, quando salderemo il conto che c'è da pagare, quando saremo ricchi e ci leveremo dai coglioni, quando saremo forti e niente ci fermerà, quando saremo meno scurrili e ancora più ripuliti.
Indosseremo una camicia nuova, di quelle un po' larghe ma non troppo, sistemeremo il colletto in modo che non sporga da una parte, abbandoneremo la valigia in un valico sull'Appennino con tutti i panni sporchi e tutte le azioni sbagliate. Prenderemo biglietti d'aereo e andremo via. Andremo lontano fino a che si dimenticheranno. Di com'ero, di come sono.
O magari hai ragione tu, Claude, che non ci vediamo da una vita intera, che i muri cambiano di vernice ma resistono, e resistono solo quelli. Ma poi non ne sei sicuro nemmeno tu.
E allora mi prenderò il tempo che mi serve, attaccherò ai fianchi. Puntellerò le pareti della nostra stanza, con le mani bianche di calcinacci e la polvere che secca la gola fino a non poter respirare. A costo che resti solo la mia sagoma, nel muro. Poi vienimi a dire che sono uno stronzo.

Il resto arriverà quando ci siederemo qui con un bicchiere di aglianico e quattro o cinque sigarette di drum bianco e la testa sgombra. Continuiamo a ripulirci, cosa credi?