venerdì 4 marzo 2011

E tutte quelle cose che non ci hanno detto.

Ti ho visto seduto nell'unico vagone ancor prima di cercare un'obliteratrice funzionante in tutta la stazione di buttare la sigaretta tra i binari e di salire sul treno. E mi sa che te ne sei accordo anche tu, di chi c'era oltre il finestrone. Erano anni, che non ti vedevo. Abbiamo auspicato di prendere le nostre strade e di non salutarci più. E' passato più di un lustro, ora che siamo prossimi ai cinque e quindi possiamo conteggiare così. Dopotutto c'è stato un tempo in cui conteggiavamo i cachet dei concerti in piastrelle. E proprio per il tempo che è passato, per tutti quei fili che abbiamo tagliato dando fuoco ai libri di greco e di scienze della terra, che mi sono ritrovato seduto nella fila di fianco alla tua, con te nella solita postura da giovane terribilmente vecchio, le gambe piantate, il corpo leggermente in avanti. Odioso quanto la postura che ho assunto io, più rassegnata, meno sbruffona di un tempo, o forse di più. E ci concediamo un resoconto fulmineo di questi cinque anni abbondanti, per ritrovare, senza capirci bene il perché, che nelle nostre strade diverse in certi guadi eravamo entrambi finiti con i polpacci in acqua. Che ci siamo portati dietro e dentro delle cose che ci hanno segnato entrambi, anche se non le avevamo colte quando ce le avevano dette, spinte dentro a forza. E tutte quelle cose che non ci hanno detto, soprattutto. Così cambiano i treni e si trovano le coincidenze, ritrovo la tua ipertensione per le cose più abitudinarie, avrai ripensato a quando a ragione non ci sopportavamo, ma sembrano cose dimenticate in una soffitta e ritrovate troppo impolverate per attribuirci ancora un qualche valore. Mentre le distanze si accorciano fino alla prossima stazione. Piuttosto che augurarci sedicenti e reciproche fortune, mi ragguagli sul dove fanno la cocacola e che nonostante anni da accaniti peccatori bisognerebbe redimersi e zuccherare qualche altra acqua, e ci stringiamo la mano con quel tono cerimoniale che fino a qualche tempo fa avremmo pensato fosse il marchio ineludibile della vecchiaia e che invece ti accorgi che è la mossa definitiva. Quello delle piastrelle di prima direbbe una virile stretta di mano. E poi, in fondo, lo sappiamo tutti che sei sempre stato vecchio.
Arrivando a casa l'autobus ha preso tutte le buche dalle due torri a mazzini, mentre scopro che il tramonto arriva molto dopo di quando avrei pensato. Sorrido.
Ci sono bottigliette vuote di cocacola ovunque, sul tavolo in cucina, sul divano, una in bagno. Rido. Mi accendo una sigaretta.
Rido più forte quando trovo l'ultima a separare i vinili dai cd.
Dici che a volte dovrei togliere l'iva alle cose che mi succedono per riuscire a vederle un po' meglio, per non provare a costruirci attorno una piramide con le carte solo per il gusto di tirarle fuori dalla scatola. Allora aspetterò i tuoi passi sulle scale, mentre con le bottiglie vuote e una inspiegabile pallina da tennis ho ammazzato il tempo, per un po'. Non avevo mai pensato quell'appartamento adatto per il bowling. Che è una pratica particolare, indubbiamente. Che poi ne parlava anche Moltheni, quando ne esisteva uno.

sabato 26 febbraio 2011

Perché come dicevi o il titolo ti viene subito o tanto vale non metterlo nemmeno.

Forse è davvero ora di prendere in mano la penna e i fogli bianchi. E di prendere le misure ai quartieri come te che disegni le case che mancano sulle piantine. Disegnami una faccia sorridente che vada oltre i venerdì sera congelati dal vento, oltre le vetrine scontate e le corse verso la stazione. Forse ho perso qualche cosa, qualche cuore, qualche connessione. Ma di strada ne ho fatta poca e quindi saranno qua intorno.
Credimi è dura.

mercoledì 9 febbraio 2011

Miglioramento

Le nostre ombre sotto i portici con il sole e con gli autobus. Ho sempre sognato di prendere un autobus barrato, mi hai detto. Sono giri infiniti tra le migliori catene di montaggio che altri chiamerebbero pasticcerie, a immaginare vite parallele e a dirci che se si fermasse tutto così almeno ci resterebbero i sorrisi. Girando come persone normali tra mercatini affollati. Niente materassi sporchi, abbiamo cambiato le lenzuola, abbiamo aperto le finestre, abbiamo sistemato gli angoli, che questo precariato esistenziale sembra essere diventato una moda piuttosto che uno status da cambiare, che avevamo liste chilometriche di cose da migliorare. E ci perderemo ancora tra paesaggi di campagna tutti uguali, nei banchi di nebbia che avvolgono solo noi e gli sterminati incidenti sull'A4, tra i telefonini morti che tra tre giorni saranno ancora morti e verranno rimpiazzati. Senza costruirci sopra leggende millenarie anche se pure loro hanno avuto, come dire, una certa utilità sociale.

lunedì 31 gennaio 2011

Del tempo.

Poi mi dirai che non ci sarà più tempo. Nemmeno quello che amministriamo qui, tra un viaggio e l'altro. Dovremmo fotografarlo, il tempo. Dovremmo fotografarci adesso, per ricordarci tra vent'anni. Quando tutto questo sarà finito e i baroni se ne saranno andati. Quando i professori ci risponderanno alle mail. Quando proveremo ancora tutti i giorni e ancora tutti i giorni non ci peserà. Quando non avremo più freddo.
E allora ci sarà qualcos'altro per cui lamentarsi, ci sarà un'altra battaglia, un altro libro proibito, un altro scandalo. Fortuna che una Juventus peggiore di questa significherà solo smetterla di perderci tempo a sperare che tutto torni normale. Perché questo è il dramma dello juventino, l'idea che quello che sta succedendo sia una parentesi, che passerà come passano gli inverni. Che l'Inter tornerà a comperare sedicenti fenomeni sudamericani, per una qualificazione tranquilla in Europa Leaugue. Che torneremo a gioire per i gol di un attaccante vero, che forniremo la squadra per i prossimi mondiali, non che pezzo per pezzo ci compriamo la squadra che li ha vinti cinque anni fa. Questo, è il dramma, l'idea che ci sarà un tempo diverso, che le cose naturalmente torneranno a scorrere.
Dovremmo fotografarci ora, per vederci fra vent'anni. Magari mi sarà cresciuta la barba, e qualcuno ci avrà fisiologicamente lasciato.

lunedì 17 gennaio 2011

Sera sulla Karl Johan.

Come i quadri di Munch che hanno sempre qualcosa che stona. Un albero un volto un paio di baffi. Come noi. E le nostre sveglie ad orari improponibili per le gite fuori porta le domeniche mattina. Come i quadri di Munch e quegli occhi spiritati, e i quarantasette messaggi al minuto che ci si scambia per lamentarsi un po'. Di come stanno le cose ed è da tanto che le cose non stanno come vorremmo noi. Mentre la nebbia ci entra nei cappotti e tu svieni in macchina per un'ora abbondante.
Abbiamo trovato la camera di Napoleone e dei pesci giganti, fermandoci tra i quadri abbandonati da tutti gli altri visitatori. Che ogni tanto ci incrociamo tra una stanza e l'altra e un po' fingiamo di non conoscerci un po' ci abbracciamo.
L'arte è il sangue del proprio cuore diceva Munch.
Non parlare di corde a casa dell'impiccato dici tu.
Io non dico nulla e al massimo passo le notti con gli occhi sbarrati. Per ora noi la chiameremo felicità?

domenica 9 gennaio 2011

Dei ritorni.

Sabato, 8 gennaio 2011, pomeriggio.
Rovigo che città di merda. Dimenticati qui perché l'unico treno soppresso da questo pontelungo di epifanie di giovedì è il regionale storto che zoppica verso Chioggia. Il tabellone delle partenze non mente, dimentico di Chioggia e di quella littorina che potrebbero anche sopprimerla del tutto, così per evitarci il peso dell'illusione di esserci quasi arrivati, a casa. La stazione in mattoncini rossi uguale a quella di mille altre città italiane, uguale a quella di Ferrara, a quella di Arezzo. Solo che qui troppe volte ci sono rimasto bloccato, solo che qui il bar è chiuso anche il sabato. Lavorare con lentezza, non lavorare. Che ci viene da impazzire con l'ipod scarico e 54 di Wu Ming, che leggerlo per cinque ore di fila sarebbe umanamente troppo anche se è l'ennesimo libro della madonna, e la chiavetta internet prosciugata fino a domani, e tu che al telefono mi dici che potevo controllare, come fosse il primo treno che prendo in vita mia, e allora gli eco dei miei porcodio rimbalzano nel sottopassaggio fino a tornare indietro.
Mattoncini rossi e mi incammino a testa bassa sotto un cielo bianco, come quando scherzavamo sul venire ad abitare qui, che Rovigo è a metà strada tra tutti i posti in cui potremmo andare, così a metà strada che la stazione è lontana da tutto e da tutti, un monumento appassito all'alluvione del '51, un cinese che urla e sbadiglia seduto al mio fianco, un viale spoglio fatto di marciapiedi distrutti e alberi spogli e sconnessi. Sulle panchine del viale stanno capannelli di rumene che bevono birra di quinta scelta, vestite di grigio e di marrone. Sembra di stare in qualche città dell'est dimenticata da dio, una Zilina ancora più brutta dove la differenza sostanziale è la segnaletica che ci avrebbe portato ad Odessa, mentre qui al massimo potremmo finire a marcire ad Anguillara. Non che Sottomarina sia più originale. Sullo sfondo una chiesa che sembra fatta con gli stessi mattoncini della stazione, o viceversa, alla fine del viale. Attorno, davvero, il nulla. Magari ci si sbaglia ma lo spiazzo della chiesa sembra una rimessa per gli autobus. Rovigo che città di merda. Claudia fa pompini a dieci euro, così scrivono sopra i cartelloni pubblicitari sbiaditi, ci sono degli A4 appesi da qualche bambina innamorata dei 30 Second To Mars su autobus da imbastire per andarli a vedere in concerto, dei vecchi bruciano in uno spiazzo qualcosa che a giudicare dal fumo nero non sembra legno.
In tasca ho banconote di un taglio troppo grande anche per i distributori automatici di schifezze, così l'unica cosa che riesco a ingurgitare con gli spicci nel cappotto è una kinderdelice, e il thè fatto male fatto in fretta stamattina. Che ieri è stata una chimica continua, che ieri è tornata Marcella ed è stato un piacere scoprire di non saper ancora aprire con il citofono il secondo cancelletto d'ingresso. E abbiamo scoperto la magia dei Diaframma, che pensavamo fossero uno scherzo come i nuovi Litfiba, e invece quel Federico Fiumani lì ha dimostrato di saperla enormemente più lunga di tutti gli sbarbi su piazza, me compreso. Che scatta come un iperteso e si incazza per un finale mancato, che ad ogni inizio si blocca per dire qualcosa che non si sente e poi riattacca, che certi cambi tra strofa e ritornello sembrano modulati con una sega elettrica. Ma sembra di stare nell'88, gente impazzita, gente truccata, suoni cupi e creste nere. E Max Collini. Il futuro sorride a quelli come noi, stampigliato sulla schiena.
Arrivati alla chiesa si può optare per il nulla alla nostra destra e il nulla alla nostra sinistra, un distributore e un best western dai finestroni riflettenti. Un vecchio imbacuccato che sbanda in bicicletta. Sembra uno scherzo. Non sembra vero. Come quando mi fermi e mi saluti e mi dici ciao ti ricordi abbiamo fumato una sigaretta insieme al concerto di vasco a ferrara ti ricordi? E per me è un po' come scegliere se andare a destra o a sinistra davanti alla chiesa dai mattoncini rossi. E no, dispiace anche a me ma non penso suoneremo ancora assieme nei prossimi tempi o forse nei prossimi anni, mischiando frasi fatte a piccole verità che solitamente non si direbbero. Come se un calciatore dicesse cose che escono dalla sua testa e non dall'addetto stampa della sua squadra.
L'unico bar che incrocio di fronte ad un villino abbandonato, è chiuso. Non serve nemmeno bestemmiare che tanto non ci sentirebbe nessuno. Rovigo che città di merda, e non sono neanche le persone, perché di persone ne ho contate al massimo una decina. Padrone vieni a prendermi e ripenso a Fiumani e a quella stretta di mano cortese, un po' timida un po' scattosa, alle sigarette che ho perso chissàddove scalando in bicicletta il ponte di Stalingrado, o schivando il 19, o saltando le precedenze agli incroci.
Non ci sono negozi, non c'è nulla, c'è solo questo viale lunghissimo calpestato dagli autobus e dagli extracomunitari, padrone vieni a prendermi, e un cane che si rotola per terra è la cosa più viva che vedo da un paio d'ore. Come la controllora che nel mio vagone ha fatto tre multe ed eravamo in quattro, e come il cinese che si fingeva morto per non pagare. Come la controllora che stava per dirmi qualcosa sul fatto d'aver invertito le convalide di viaggio sul mio biglietto d'andata e ritorno. Come la controllora che si è fermata in tempo mentre staccava la terza ricevuta ad un tipo che non si capiva da che parte fosse voltato. Chi controlla i controllori, ci avremmo riso su, se ci fossi stata anche tu. Che Adria è comunque e inutilmente lontana, se non nello spazio, nel tempo che intercorre da ora al prossimo treno disponibile.
Rovigo che città di merda mentre la voce metallica degli annunci elenca tutti i treni tranne il mio, che fa freddo al cuore malgrado tutte le leccate e gli addii, come i tacchetti di Felipe Melo sulla faccia di un avversario. Come i maccheroni della madre di Gandolfi. Come i minuti che rallentano e questo futuro che più che sorridere, sogghigna.
Che Fiumani sembra un po' Vasco Rossi prima che si sputtanasse. Che io sembro un pazzo col mac e gli occhiali da sole e il sole che scende sulla campagna, in una sala d'aspetto che in realtà sono tre panchine piazzate a caso. Ed è vero, l'odore delle rose è una reazione chimica e se un giorno lo scoprissi non l'ameresti più. Ed è drammaticamente vero, che nel nulla del nulla tra best western distributori rumene autobus cani bestemmie e gole infiammate, io un cazzo di bar aperto non l'ho trovato in un'ora e passa di cammino. Rovigo che città di merda. E al primo rodigino polemico che passa di qui, non aspetto altro.
La cosa allucinante è che come sempre hai ragione tu, se avessi controllato, a quest'ora sarei già a casa. Rovigo che città di merda.

venerdì 7 gennaio 2011

Tartarughe

Un po' perché me lo hai chiesto tu, un po' perché il tempo passa. Un po' perché c'è poco da raccontare dell'anno che se ne è appena andato, che ci ha lasciato dentro un furgone pieno di persone e dei ritorni allucinanti, che ci ha lasciato vuote quelle caselle che prima alcune persone care occupavano. Che ci ha lasciato dei weekend indimenticabili e delle parentesi da cospargere di benzina. Un po' perché di cose ne abbiamo fatte troppe e abbiamo cambiato milioni di vite, solo che forse eravamo troppo occupati a puntare in direzioni diverse, tra mostri verdi e viaggi senza fine. Non ci piacciono queste batterie ma con queste casse il giudizio è incompleto. Non ci piacciono questi freddi e questi letti che tremano. Non ci piacciono le zuppe che bruciamo perché ci perdiamo a guardare fuori dalle finestre. Non ci dispiacciono quei concerti, quelle pedaliere, quei giri sbronzi in bicicletta fino a sbattere contro il garage di casa. Ti ricordi quando camminavamo in mezzo alla neve e al ghiaccio facendo i salti mortali per restare in piedi? E' andata più o meno così, è andata che abbiamo finito quella bottiglia di porto e sono rimasti quei giorni in cui tutto ci sembra finalmente incasellato. E' andata che ci prende un po' male anche quando passeggiamo per i portici o quando tentiamo di mettere in fila una serie spropositata di cose che in fila non ci potrebbero stare. Ma è questo che ci viene chiesto, insieme a quei dischi che registreremo, insieme a quella nomea di stronzo che avevo smesso perché mi dicevi che non era vero, ma adesso che non ci sei più ricominciano i dubbi in proposito. Come quando ci distraiamo un attimo e poi non ritroviamo il filo. Come quando non ci ricordiamo una canzone per mesi. Come quando avrei bisogno delle tue mani.

mercoledì 15 dicembre 2010

Quando la gente è stanca.

Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, mentre microcefalo prende forma tra le pagine binarie di un documento textedit senza fronzoli e senza impaginazioni particolari, mentre litighiamo e facciamo pace brindando con i mash-up di tè, o i mash-up di te e di me e dei discorsi sugli amici di facebook che non abbiamo più. Che i poster sono caduti e li ho lasciati là, che stiamo fuori a fumare una sigaretta e quando ti parlo mi sento diverso, più definito. Finendo a parlare di quanto comodo sarebbe andare in giro dentro una coperta. Finendo a sbagliare le vocali quando ci raccontiamo le mattine.
In un treno che parte di sera e arriva che è ancora più sera che è quasi notte, abbandonato a guardare fuori dei finestroni tutta quest'umanità che cammina, che ha freddo, che fuma, che si bacia, che corre alla fermata, che sale che scende, che dimentica gli ombrelli. Abbracciati sotto i portici questa volta c'eravamo anche noi a fingere di perderci in Mascarella vecchia. Anche se non ho avuto la forza di mettermi a preparare la zuppa. Anche se giriamo con il basso in macchina e a lasciarlo incustodito ci prende più male del solito.
Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, invece è andata come al solito. Mentre di colpo ha cominciato a nevicare troppo, che sembravamo dentro ad una bufera. Invece, come spesso accade, mezz'ora dopo tutto era tornato come prima. Fuori dei palazzi, dentro ai palazzi. E per una volta non possiamo neanche dire che è colpa nostra, che parliamo e ci lamentiamo e sobilliamo ma poi ai voti perdiamo sempre. Questa volta non hanno avuto nemmeno bisogno di noi.
E quando la gente è stanca, poi reagisce in maniera scomposta. Come noi.

sabato 13 novembre 2010

Vedrai tra sei mesi ti chiamerà.

Ci meritiamo questo, amore? La mia nuova vita confezionata tra le pagine di quei libri che avrei sempre voluto leggere, tra i messaggi che continuiamo a non scriverci, tra i sussulti notturni quando siamo tutti svegli e ci citofonano per dirci che una nonna non c'è più. La nonna, quella vicina, quella che aveva svoltato di botto i novanta e erano ventanni almeno che la sentivo dire che non avrebbe superato l'inverno e invece era sempre lì. Ci meritiamo questo? Delle telefonate sbagliate e poco importa se mi dici vedrai tra sei mesi ti chiamerà, restano quelle scale e quell'albero a cui mi appoggio e ritorno indietro, a due anni fa, a due vite fa. A quando poi ho cominciato a sbobinare tutti quei nastri fatti di parole non dette, di giacchette da giornalista, di nemesi, di pedaliere per la voce, di convinzioni che rivolti come il più classico dei calzini.
E non credermi quando mi trovi nascosto dietro ad una colonna, sì sono proprio io. A dispiacermi di non essere trasparente. E non credermi quando mi trovi fuori del teatro comunale di Ferrara, sì un po' mi ci hanno trascinato, che mi fa solo che bene. E non credermi se molto di questo lo faccio per te, perché sai prendiamo degli alianti e voliamo via e a volte poi ci si guarda indietro e non si capisce più da dove si è partiti.
Non usiamo le parole d'altri ma facciamo scorta di parole, tutte quelle parole che sono rimaste tra le righe. Tutte le parole e i baristi di Strada Maggiore mentre prendiamo gli autobus al volo, mentre sbagliamo fermate mentre dimentichiamo gli ombrelli, mentre ci siamo lavati di tutte le sovrastrutture/e/e/e e adesso passare una serata insieme ci fa solo che sorridere.
Non usiamo le parole d'altri mentre tu all'estero ci dovresti andare, mentre in un ritorno in treno è scivolata via tutta la notte del pratello. Mentre non è giusto bruciare i nostri weekend chiusi in bagno, ad ingurgitare valeriana per poi uscire, a farsi le sigarette per poi buttarle dopo tre tiri, a fumare da solo appoggiato sul tuo poggiolo. Non è giusto lo sai, lo sanno le chitarre distorte, lo sanno le risaie di Vicenza, lo sanno i violini che non si sentono, lo sa la nebbia e i fanali che si bruciano. Gli incidenti e gli autogrill, lo sanno tutte le cose che ci dividono, che ci differenziano. Ci meritiamo questo, amore? Tra otto ore non ci sarà nessun aborto, ci saranno ancora telefonate sbagliate, al massimo. A volte basta così poco, per risultare peggiori di quello che crediamo di essere. Perché penso che questo, non se lo meriti nessuno.

venerdì 29 ottobre 2010

Per una volta.

E' arrivata in silenzio questa notte. Come le foto stempiate quando il vento ci prende in giro. Come quando hai portato le tazze la cioccolata calda gli amaretti da sbriciolare e io in cambio solo le mie solite cattive abitudini, che però si sono sposate benissimo. Per una volta.
Quando abbiamo preso le nostre poche parole sbagliate e le abbiamo riversate su di un microfono ignorando gli esiti ma riempiendoci da soli di brividi. Il monolite che mi porto dentro per una volta ha dovuto ammettere che le intuizioni erano giuste. Evitando quelle calli veneziane che sono proprietà dei turisti, scegliendo quegli scorci e quegli squarci che sopperiscono anche alle cene mancate. Quando gli occhi sono attenti quando incrociamo un paraurti per la strada e troviamo una macchina dentro ad un giardino, rovesciata. Con te dentro che tremi ma che non ti sei fatta niente e questo è già moltissimo. Con io che impazzisco per un diciotto perché è tempo di finirla e ormai è un discorso ricorrente quello che ho quasi ventiquattro anni quindi non mi dispiacerebbe cominciare a fare le cose seriamente. Come tutte le volte in cui cominciamo un discorso parlando di una casa nostra che non c'è. Andrebbe bene anche una stanza.

mercoledì 20 ottobre 2010

Trenta centimetri.

Ci siamo stravolti e siamo tornati come certi dischi e certe situazioni che ciclicamente ci ritroviamo qua, inaspettate, come le tue battute fuori luogo, come le mie assenze come le tue assenze. Come quelle telefonate con il fiatone che sottintendono rapporti fraterni che non avremo mai e che alla fine è giusto così. Come i racconti commissionati e tu che mi guardi e cerchi le parole più giuste per parafrasare un non si capisce un cazzo più che legittimo. Che poi è perché davvero non ci capisco nulla di quello che sto vivendo e del modo in cui mi curo e quindi di cosa vuoi che scriva di cosa vuoi che canti? Davvero mi devo arrendere all'evidenza anche solo per spiegarmi perché quando discutiamo mi ritrovo ad estremizzare la mia posizione solo per una questione di principio, una questione privata di una camera con un nido d'api di ultimissima generazione incastonato appena sopra il poggiolo, ma che sembra possa resistere per secoli. Arriveranno i pompieri mentre dormono e bruceranno la loro casa e poi verranno da noi e ci bruceranno i libri come nei film che vediamo arrivando in ritardo. Mentre abbiamo stipulato questa cosa che arrivare cinque minuti dopo non è classificabile come ritardo. Mentre abbiamo preso il treno e la pioggia e siamo finiti ad una festa a tema dove il tema della serata lo conoscevano in pochissimi e non c'erano poi tutti questi indizi a ricordarcelo. Mentre siamo ritornati a velocità supersoniche non prima di aver fatto un salto nel passato tra gli autografi di Jeff Buckley e i primi manifesti, quando tutto era cominciato e quando non avevi idea che un giorno ti saresti trovato di fronte a me a tentare di infilare il filtro nell'ennesima sigaretta della giornata. Quando i giochi del destino che non esiste sono per lo meno beffardi, e ho rinunciato ad essere obbiettivo dopo una manciata di secondi, che sarebbe stato come convincersi di voler smettere di fumare mentre si sta andando dal tabaccaio.
E ho dovuto fare una lista delle cose che devo fare perché sennò saremmo persi per sempre, mentre gli occhi di Vladimiro mi guardano ma non mi vedono perché ha venti giorni e non arriva a trenta centimetri dal suo naso. Allora mi tolgo gli occhiali pure io così a trenta centimetri di distanza entrambi non vediamo niente. Però sembrava quasi che sorridesse, ma forse è perché a volte si vede quello che si vuole vedere, come trovarti a passeggiare sotto i portici quando sarai in qualsiasi altra parte del mondo ma non sarai mai lì.
Mentre hai ragione anche te che certe citazioni diventano un patrimonio indie, che ce le fregano e non si possono più usare, e forse è anche per questo che ci arrivano i dischi prima, così almeno per un mesetto possiamo utilizzarle tra di noi nelle nostre mail e nei nostri carteggi. Ma se ci pensi non è giusto. Ma quante cose sono sbagliate.
Invece pensa, che avevamo così tanta voglia di tornare, che non lo abbiamo praticamente detto a nessuno.

lunedì 11 ottobre 2010

Rock'n roll will never die (io che odio i titoli in inglese)

Appiccicata al muro c'è una cartolina un po' così. Strana nel senso che altri termini non ne ho trovati, anche se ci penso da qualche giorno. L'ho presa una vita fa in qualche autogrill sperduto in Germania, quando eravamo troppo preoccupati a vivere i momenti per pensare a qualsiasi nostra azione per più di cinque secondi. Per lo stesso motivo, insieme a questa cartolina, ne ho presa un'altra bianca con una palla arancione in mezzo, che poi se si guarda bene, è un uovo al tegamino. Quel giorno sembrava la cartolina definitiva, il disegno perfetto, l'equilibrio. Invece è solo un inutile uovo al tegamino. Ma dicevo, riguardo l'altra, che più che una cartolina è una vignetta a forma di cartolina, un disegno a matita su sfondo ocra, di un vecchio ciccione con una chitarra in mano, e la pancia che trasborda ben oltre il corpo dello strumento. Il tipo sembra David Crosby ma molto più preso male, jeans e maglietta bianca, bottiglia di vino sull'amplificatore. Noi eravamo magri e sciupati e in ritardo per il concerto della sera, come ogni sera. Sembrava perfetto. Tutto secondo dei piani che ci erano stati cuciti addosso e che calzavano splendidamente. In bianco, in piccolo, c'è scritto Rock'n Roll will never die. Dichiarazioni d'intenti, modus vivendi, stili di vita che andrebbero bene anche per una partita sbilenca a Saltinmente. Di paranoie ne ho già una collezione autunno-inverno-primavera-estate, anche senza le analisi di tutte le cose che mi porto dentro o che al massimo attacco ai muri. Adesso mi ritrovo a guardarla e non ci vedo nulla di perfetto, ci vedo quello che non c'è e quello che non c'è mai stato, il rock'n roll che mi ha sempre sfiorato, che anzi mi fa incazzare per quanto non riesca a trovarlo quasi mai interessante e per quanto lo si possa proporre con superficialità. Come ieri, te lo ricordi? Questo procedere diritti per sempre, questo non voltarsi indietro mai, anche quando dall'amplificatore viene fuori il suono del grasso che stoppa le corde. Che è una metafora perfetta, che adesso la presunta perfezione non è nei contenuti ma in quello che viene dopo. Questa forse non è nemmeno una domanda, però la cosa fastidiosa è che se anche trovassi un modo per piazzarci un punto interrogativo alla fine, la risposta sarebbero lunghi silenzi e qualche attimo di sospensione.
Fotografare la cartolina e postarla, sarebbe stato eccessivamente semplice.
Ordinare le cose che mi passano per la mente, quando mi blocco davanti ad una parola, quando la pronuncio trenta volte fino a che perde ogni significato, quando rileggo e penso a tutto il resto che non ho avuto la forza di dire. La bravura per dirlo, soprattutto. Adesso che penso alle citazioni più disparate, nessuna di queste è vagamente rock'n roll.
Cambierei molte cose, un po' di leggerezza e di stupidità.


mercoledì 8 settembre 2010

Stanze vuote.

L'autunno ci è piombato addosso così all'improvviso che quasi ci siamo sentiti stupidi per non aver colto tutti i segni che abbiamo incrociato per la strada. Quando abbiamo cominciato a parlare del niente in un lungomare freddo e deserto come certe banchine nel porto di Amsterdam, quando abbiamo salutato le insegne spente di quei posti che abbiamo accuratamente evitato per tutta l'estate. Adesso non riesco ad ascoltare nemmeno De Gregori, che cattura più attenzione di quanta gliene volevo dare, che ripenso a come ci siamo ritrovati muti a pedalare senza meta, con la speranza di trovare qualcosa di aperto, di vivo. Ci saremmo fermati e ci saremmo potuti ubriacare lì, lo sai. In faccia ai maligni e ai superbi e alla nostra comodità e alle nostre filosofie spicciole che evitano certi posti. Come tutti.
E mentre non ci dicevamo niente io cominciavo a macinare pensieri sconnessi, di dare fuoco ai tamburi spaiati e di ricominciare a suonare davvero. Lascia perdere le stronzate e i mostri sacri e le seghe mentali, prova a farci stare nella macchina nuova la cassa della batteria. Che sarà volata giù per una strada di Trieste, ma che le vogliamo bene, e non l'abbiamo mai trascurata. Come quando ci spegnevamo le sigarette sulle braccia perché era da un bel po' che non ci vedevamo e facevamo finta di trattarci male, ma era bastato un mezzo sorriso, su un falso bolero. Dicevamo lascia perdere le stronzate e senti come suona Gelo e che casino fa che ci fa tornare la voglia, e organizziamoci l'autunno e i ritorni a Bologna per affari istituzionali. Non farmi diventare quello che non voglio essere. Tanto ormai l'autunno c'è arrivato in faccia e un po' ci ha fatto male, inutile nasconderlo.
Ma tutto questo Alice non lo sa. Ma tutto questo tu non lo sai perché contro certe congiunzioni sindacali non si può far nulla, apparte aspettare e insultare per telefono una tipa del call center. Che ci fregano sempre, accidenti a te e alle tue sintesi.
Ma non volevo finire qui, mentre uno stream of consciousness di terza categoria genera altri silenzi, mentre continuo a sbattere la testa sullo stream of revenues e su queste cinquecento pagine di tecniche di marketing in rete.
Ma non volevo finire così, e invece. Sarà un segno. Sarà che non resta poi tanto. E sarebbe troppo facile dire che restano stanze vuote.


giovedì 2 settembre 2010

Nocciola.

Mi hanno detto che oggi avrei potuto scrivere un post noir visto che precipitiamo e cominciamo anche a rendercene conto. Invece il mio post è marrone nocciola, che poi sono i tuoi occhi che poi erano particolarmente dilatati così per non nasconderti. E i miei erano piccoli e va bene basta con i miei occhi. Che poi non sappiamo neanche di che colore sono.
Mi hanno detto tante cose ma tu me ne hai dette di più e io ti ascolto e so che ascoltare a volte non basta. Vorrei solo riappacificarmi con tutto quello che non è successo e cambiare nome. Perché davvero ti aspetto e prenderò questi giorni per riempire con i lego tutte le crepe. Perché la manutenzione di certe cose toccava a me ma ogni tanto me ne sono dimenticato e adesso guardo il muro e sta in piedi per miracolo. E ho scelto i lego perché vengono fuori delle cose belle e colorate come quando scompariamo nei campi di colza. O come quando tossiamo perché siamo rimasti troppo tempo a prenderci il vento della laguna.
Perché adesso tutto viene male e le cose dette poi non me le ricordo neanche tutte e poi a disquisire sui termini ci metteremmo troppo tempo e perderesti tutti gli aerei del mondo. Che ogni tanto basta semplicemente allentare la corda. Che da per terra le cose si vedono storte e i movimenti si fanno peggiori e guarda come vengo sgranato in foto. Ma questo è e questo mi dispiace. Dammi il tempo di alzarmi e di andare di là a prendere tutti i lego di mio fratello e vedrai che poi al massimo mi chiederai cosa ho combinato che sono tutto trafelato e io ti dirò niente scrollandomi di dosso quel po' di polvere che resta tra le pieghe della camicia. E questa è una promessa. Verba volant, scripta manent.

lunedì 23 agosto 2010

Paga per ogni posto che non vedrai mai.

Fermati, guardati attorno. Resta immobile mentre le zanzare ci assaltano e ci lasciano meno vivi a cercare la comodità in una sedia di vimini. A ordinare le stesse cose che beviamo da un'estate intera, divisi tra la voglia di continuare questo limbo cambogiano per un'altra manciata di mesi e il desiderio di allontanare il doppio malto dal nostro fegato fino ai prossimi caldi del 2011. Per cosa, per il niente?
Diamanti grezzi e orsacchiotti di peluche, oggetti persi in mare e resi, nodi al pettine che si mischiano con l'assenza di esperienza, la carenza di ossigeno, la follia latente, le cene di pesce che non facciamo più.
Fiore non si sente sola ma io sento la chitarra che va da una parte e la voce dall'altra, mentre il vento ci scombina la capanna che abbiamo costruito in mezzo alla spiaggia, con le mollette e le lenzuola rubate a casa. Dove l'acqua è così limpida che si possono distinguere le alghe. Che sono così tante da non sapere da che parte buttarsi, un attimo prima di sciogliersi sotto questi ritrovati trenta gradi. Mentre giriamo tra i pescherecci e non ci diciamo una parola, e assecondiamo tutti questi nuovi fotografi facendo foto assolutamente a caso.
Nel mulino che vorrei sarebbero due o tre al massimo e avrebbero in dotazione una polaroid senza flash. Nel mulino che vorrei faremmo dei concerti bellissimi all'ora dell'aperitivo e a mezzanotte tutti a casa, nel mulino che vorrei resterebbero fuori solo i ragni. E nel mulino che vorresti tu?
Siamo ripassati dal via senza rendercene conto, a pensare ai posti che non vedremo mai e che avremmo potuto vedere, anche solo se quel messaggio fosse stato diverso, anche solo se i cuori non si fossero sbriciolati, anche solo se. Anche solo se qualsiasi cosa, spostando il letto in poggiolo perché sono le quattro di mattina e sono incollato alle lenzuola e gli occhi non si vogliono chiudere. Ma ti scrivo perché in fondo cambiano i tempi e le sensazioni e i miei precari equilibri interni, ma sono sempre io e mi auguro di non essere sempre il peggiore in campo.
Guardati attorno, ogni tanto guardati indietro, tanto per vedere cos'è rimasto. Per vedere te. E per vedermi cangiante, un po' più slanciato, un po' meno accaldato. Sicuramente con quel sorrisetto ebete che dicevi è solo perché sei un paraculo. Invece a pensarci, poteva quasi sembrare un sorrisetto ebete di quasi felicità.
Quante cose devo fare.

lunedì 9 agosto 2010

Nessun titolo, questa volta.

Adesso che siamo qui ed è lunedì mattina e l'america è lontana anzi lontanissima abbiamo trovato il tempo di sorridere. Non sopravviveremo a questa città e forse neanche alla prossima partita di calcetto, non sopravviveremo agli orologi biologici e ai direttori artistici, che non avranno nessuna pietà di noi e ci diranno che la pensione ce la possiamo sognare. E sogneremo altri voli in bicicletta, parcheggiati sotto un poggiolo per un'ora abbondante mentre piove governo ladro e le strade diventano fiumi e il moto ondoso delle macchine ci accarezza i piedi. E i fulmini esplodono dentro i miei occhi. E sono bianchi come la pelle in qualche giorno tetro di novembre quelli in cui scusa c'ero dieci giorni al mese. Dentro qualche teatro o in qualche giardino di qualche castello, come Xabier Iriondo e le sue chitarre distorte e l'esserci nel momento giusto. Dopo tutte quelle volte che siamo arrivati troppo tardi, come anche questa volta, in effetti. Come le formiche che sembra abbiano infestato casa, costruiranno un esercito e ci costringeranno ad emigrare, ma abbiam detto che l'america è lontana anzi lontanissima, e allora abbiamo poco tempo per tirare su un piano b che sia moderatamente decente. E puoi illuderti, ma l'estate è già finita. Faremo qualche altro giro per le calli a schivare i motorini parcheggiati ovunque, a prenderci il vento e a perdere i tasti del telefonino. A incatenarci per un paio di giorni. A contare le stelle molestati dalle onde dei barchini. Puoi illuderti, ma so che non lo farai.

lunedì 5 luglio 2010

Carol of wonders.

Ciclicamente cado tra le tue pagine e c'è quel post che mi incuriosisce ma che non mi è dato leggere. E' una curiosità strana perché comunque rispettosa, perché davanti alle impostazioni che bloccano me e chissà quanti altri, ogni santa volta sorrido. Sarà perché non ho mai capito se hai mai parlato di me o se era solo immaginazione. Sarà perché adesso ogni cosa viene portata ad un livello di esasperazione esagerato. Ogni cosa diventa sempre più difficile da far scivolare tra le dita, come quando arriviamo in qualche modo a casa che è quasi mattina, come quando la chiave non gira nella toppa, come quando avviciniamo le mani ma il ballo che ne viene fuori non è poi questo gran ballo.
Ci siamo divisi quel famoso disco in varie parti, è finito che un pezzo di copertina è volato a forma di aereo sulla Piacenza-Bologna, il ciddì ha fatto un carpiato simile fuori della salaprove, la custodia si è sbriciolata dentro la mia borsa delle aste e l'altro pezzo di copertina te l'ho infilato nel taschino della camicia. Ci siamo divisi come un po' ci dividiamo noi ogni giorno, buttandoci via e buttando via tutto quello che abbiamo costruito. Adesso possiamo dire davvero è fatta e possiamo salutarci con più convinzione.
Ma poi sai, basta andare oltre alle solite cose e prendersi la solita pioggia, solo un po' più forte. Così ci sentiamo meno dentro ad un giorno balordo e magari all'ultimo riusciamo a non tornare a casa fradici. Ma poi sai, quando non si riesce a convincere, a volte confondere è la soluzione migliore. E vista la confusione sopra sotto dentro e fuori, penso di esserci riuscito in pieno.
E intanto resta così, che ho una sorpresa per te. Ti ho detto, di restare ferma.

giovedì 17 giugno 2010

Tempo e pace.

Portami a bere dalle pozzanghere perché siamo cambiati così tanto che forse non ci riconosciamo più. Che quello che poteva essere un nostro vanto e un punto d'orgoglio è diventato un chiedersi cosa manca; o forse è solo che a un certo punto, uno si stanca di passare sempre dal via. Sono momenti in cui mi cerco ai margini delle foto, venuto per sbaglio, fuori fuoco perché il fuoco è a qualche metro da me e io al massimo sto guardando l'orizzonte e sto pensando cose che adesso non ricordo ma che di sicuro non dimentico.
Quell'aria di incoscienza e scie di gioventù prese sempre un po' di taglio. Mentre mi parlate di quando truccavate i motorini e scappavate alla polizia, e io sorrido ma mi faccio serio perché è l'unica fase in cui le distanze sembrano ancora più distanze, perché sono gli anni in cui qualcuno è al liceo e si sente grande e qualcun altro è ancora alle elementari e non è altro che un pulcino. O poi uno attacca l'università e si sente ancora più grande e l'altro è imbarcato in un turbinio ginnasiale di versioni di greco e imperi ai limiti del collasso. Ma lo scarto tra elementari e liceo è molto più ampio rispetto che tra superiori e università, anche se gli anni sono sempre quelli. O così mi sembra.
Siamo così e un po' anche ci siamo imborghesiti, mentre mi massacro un'unghia e scivola il dito nella bocca e adesso sento il gusto dolciastro del sangue mischiarsi alla saliva. Quella che era diventata una terapia adesso è diventata una rubrica. Quello che sono io, sono i primi due minuti e mezzo di Tempo e pace di Roberto Angelini, come ammettere che ogni mio sforzo è vano, di sostituirmi con una batteria elettronica di reason. Perché poi? Perché faccio una fatica immane dopo dieci anni a riuscire ad accordare decentemente un rullante? Perché voglio mi hanno insegnato che non si dice ma si dovrebbe dire vorrei e invece io voglio punto? Mentre penso ai giri in macchina e a tutte le volte che abbiamo sbagliato strada perché parlavamo d'altro, e alle mie ricerche inutili e inaspettate sulla vita di Marlene Dietrich, perché mi andava di scrivere marlene dietrich su google. Perché vogliono bandire la Nutella e allora aspettatevi le barricate in piazza visto che ci si mobilita per questo e non quando ci vogliono mettere un bavaglio alla bocca. Senza fingere più di tanto tra l'altro. Come certe facce di certe farmaciste.
Come certe mail, che chissà se capiterai ancora di qui ma a differenza di quello che t'ho scritto spero davvero di ricevere una risposta, e mi piacerebbe infinitamente che fosse una bella risposta. Perché sono fatto così e sposto l'asticella del rischio sempre un po' più in là, fino a quando all'ennesimo salto magari scivolerò miseramente sotto e non la vedrò nemmeno oscillare per lo spostamento d'aria. Perché è così inutile a volte girare attorno. Perché un bicchiere d'acqua in faccia è più diretto, ma ze ben? Come giocare sui messaggi che non ci scriviamo. E le soluzioni stilistiche sono sempre meno come le mie facce di riserva, e quindi alla fine ho finito le facce e faccio una faccia ftriste.
In attesa, a chiedermi se la vita è un sogno o se sognare aiuta a vivere. No, scusate, questa cosa qui non è assolutamente vera, questa cosa non me la chiedo e non me ne frega assolutamente nulla, questo è solo un po' di me che se ne va palesemente fuori controllo e non ci faccio caso e lo lascio scrivere. Quello che so è che discutevamo di quanto schifo fanno le case qua a pochi metri dal mare, che sono venute su a caso, casermoni inutili, da affittare nella stagione estiva. Che bisognerebbe fare come in america e buttarle giù e tirarle su di nuovo. E lanciando il mozzicone di sigaretta dal quarto piano abbiamo pensato ai quadrati di facebook che hanno rotto i coglioni ma abbiamo pensato anche che le cose stanno così e sono costanti, solo a 'Marina. Invece oggi correvo in bicicletta scansando i tombini e stavano buttando giù una casa, quattro o cinque vie dopo la mia. Allora magari se ci crediamo forte, le cose succedono.
Perché, come dicevamo, la rive gauche più che un luogo fisico, è un concetto. E' un'idea.

lunedì 7 giugno 2010

Questione di secondi (e di coincidenze).

Per un secondo mi sono bloccato davanti all'username per entrare in questo blog. Non me lo ricordavo. Per un secondo mi sono bloccato davanti ad un commento che non avevo assolutamente visto. A chiedermi il perché, che insomma, sono sempre stato molto più preciso di quanto mi riscopro d'essere ora. Ora che continuo ad arrivare in ritardo come quando sono puntualissimo e il naso comincia a sanguinare ferocemente inondando la camera e imbevendo fazzoletti e mia madre il giorno dopo mi chiede che è successo e io le rispondo tranquilla dev'essere stata tutta la cocaina che ho tirato nel weekend e realizzo che sorride ma che non ha capito fino in fondo quanto stia scherzando. Ma pazienza, intanto mi blocco per dei secondi lunghissimi guardando l'angolo di una calle e pensando cazzo io la bici l'avevo parcheggiata lì e la bici cazzo non c'è. E poi sbucano dalle finestre le comari che mi raccontano una storia incredibile di urla per la calle e calci alla bici e lanci di bici e loro che la salvano e insomma tutto si risolve nel migliore dei modi anche se ci sono voluti dei cocarum da ometti. Quelli che hanno più il colore del rum che quello della cocacola.
Poi cosa dirti chiusi per tre giorni in una casa nel nulla a condividere le sigarette e delle canzoni da registrare. A sconvolgerci i pomeriggi senza rendersene conto, passando dalla cucina ad una sala tutta microfonata nel giro di una porta. Ad andare a letto e poi a tirarsi su per bere l'ultima birra. Che poi diventa mezza bottiglia di rum. Abbiamo scoperto che esistono dei cannoni per allontanare le nuvole basse, quelle che portano la pioggia. Ma non abbiamo voluto scoprire la reazione dei vicini che quando piove si beccano una razione doppia, probabilmente. E anche lì mi sono bloccato saranno state le tue parole che non capivo sarà che davanti avevo un vigneto bellissimo e il sole saliva piano e avevo un bicchiere di vino bianco freddo in mano. O ritrovarmi in tutt'altra situazione a girare da solo per le strade di Ferrara a dare una geografia a molti posti che conoscevo ma che non riuscivo a mettere in ordine. Come le vie strette dove regna un silenzio di tomba, anche se sei a trenta metri dal Duomo. A discutere di Dosso Dossi del palio che in realtà non lo conosce nessuno e degli americani. Quelli da bere.
Non rileggo ma ci penso e questo è un post da alcolizzati, che parlo quasi solo delle cose che ho bevuto. Forse dovrei solo preoccuparmi un po'.
E poi basta, che gli incisi bloccano i flussi di coscienza e continuiamo ad appuntarci troppo poche cose e a sperare che la memoria mantenga tutto il resto. Ma la tua mail me la ricordo, che poi è l'evoluzione di quel bigliettino arancione di qualche post fa che adesso che tutto si è compiuto capisco di aver volontariamente drammatizzato. Non nel raccontarlo o nel pensarci, nel viverlo proprio. Che tutto si poteva ottenere con meno pathos con meno macchinazioni, con meno. Ma sono cose che ti fanno sentire un po' più vivo, e ogni tanto quando ti senti tutto intorpidito sono le cose che ti salvano un po' le giornate. Come mi ricordo i tuoi messaggi, che alcuni pensi si fermino sul display del nokia e invece schizzano fuori e poi entrano dentro attraverso gli occhi. E so che qualche volta anch'io mi ricordo come si fa. Mentre andremo a prendere l'ultimo bicchierino saltando tra il selciato e dicendoci frasi che non posso dire. Ed è un peccato perché la frase che avevo in mente ci stava davvero bene. Ma è troppo presto.
E ho smesso di fumare. No, non è vero. Ma continuo a non spiegarmi perché dopo una pizza fumo quattro sigarette e poi magari il giorno dopo non ne accendo una fino a sera.


Invece, adesso, una sigaretta me l'accendo.

lunedì 10 maggio 2010

Diteci che siamo sani.

Sono in treno e da quando sono partito da Padova ho alzato gli occhi dal libro che sto leggendo tre o quattro volte al massimo. Non di più, giusto il tempo di focalizzare fuori dal finestrino i cartelli blu delle stazioni, fermate in città misconosciute di un nordest industriale e bigotto, stipato all'inverosimile di contraddizioni. Ma non ci penso, penso al libro e alla mia destinazione, a Verona alla presentazione di un libro, che ci vede schiacciati dentro senza realizzare appieno di cosa si stia parlando, di cosa si tratta in realtà. Ma non me ne curo, ho imparato a lasciare che certe cose passino semplicemente, prendendosi da sole il tempo che meritano. Per il resto, ho trovato i miei modi per non pensarci troppo, entrando nelle storie degli altri, che a volte la propria va accantonata per un'ora, un'ora e mezza. Così sono in treno e il treno è a dieci minuti da Porta Nuova e mentre sono una ex spia giudea al soldo dei veneziani, tradita e condannata e rifugiatasi a Costantinopoli nel pieno del 1500, una voce mi ridesta dal mio universo parallelo, che cosa stai leggendo? Silenziosamente impreco, come sempre silenziosamente impreco quando un esercizio di concentrazione durato minuti interi viene spezzato. Altai, rispondo. Di cosa parla, della Cina? Chiudo il libro, guardo la copertina, in effetti il nome Wu Ming, può trarre in inganno. C'è la mano di un falconiere e un falco appollaiato ed è della razza altai, uno dei più bastardi e dei più spietati, sì insomma, la domanda non è così fuori luogo, guardo l'uomo ma non lo metto a fuoco, mi soffermo sui particolari. No non parla di Cina, parla di Costantinopoli, nel 1500, anno più anno meno. Riapro il libro e non riesco a fermare gli occhi sulla riga giusta che l'uomo si è già seduto e mi fissa e comincia a parlare a voce bassissima. Che cazzo vuole questo?
Mi racconta di lui e della sua pessima giornata, dei suoi quarantatré anni e del suo lavoro in banca. Sono abituato a parlare con le persone è il mio lavoro mi dice. Io non posso fare altro che giocherellare con le mani e cercare eventualmente una via d'uscita. Il finestrino, ad esempio.
Mi racconta della sua pipa che si è rotta e sono due mesi che è a riparare e proprio oggi è andato a controllare l'evoluzione della cosa e il pezzo di ricambio deve ancora arrivare. Dice che si è incazzato. Dice che il mondo è così. Io misuro le parole perché non so che dirgli, e dopo attente misurazioni mi ritrovo a guardarlo e a sospirare. Non è la prima volta che parlo con qualche sconosciuto in treno, anzi a volte penso che sta diventando una pratica comune, solo che in questo l'impressione di qualche rotella allentata è un pensiero difficile da mutare. Ancora immerso nelle trame bizantine e nelle vie strette e scoscese di Costantinopoli, mi ritrovo a guardargli le mani per non trovare nessun anello, il cappotto che non centra nulla con il resto del vestito, le scarpe nere macchiate di pioggia. Intanto mi dice dov'è nato dove vive dove lavora. Lo chiede a me e gli sparo una generica Venezia e uno generico studente. Avrei potuto dirgli, non lo so, musicista, nullafacente, essere umano, ma resto coperto, in attesa di eventuali evoluzioni. Evito di dirgli cosa sto andando a fare a Verona, anche perché non ne sono così sicuro nemmeno io. E' compiaciuto del mio dargli del lei, non si cura che assecondo i suoi viaggi mentali con qualche striminzita parola. Dice che siamo una generazione di sconvolti noi giovani, che non c'è rispetto e che l'altro giorno in treno ha detto ad un ragazzo hai un bellissimo sguardo e il ragazzo l'ha guardato e gli ha riso in faccia e se n'è andato. E ci mancherebbe penso io siamo una generazione di sconvolti senza rispetto ma io le do del lei perché così mi hanno insegnato a trattar la gente sensibilmente più adulta, certo che c'è modo e modo per approcciarsi a chiunque, e dire ad uno sconosciuto che ha un bellissimo sguardo non sempre può risultare la mossa migliore. Che l'asticella del fraintendimento è alta, molto alta. Continua a cambiare discorso, mischiando frasi confuse a risate fragorose, scendendo vertiginosamente di tono fino a bisbigliare. Mi chiede se faccio l'attore, io rido e gli dico di no ma gli chiedo perché. Perché ti prendi il tuo tempo per rispondere, mi dice. Non vuol dire un cazzo, penso. Non mi dispiace l'idea di conoscere una storia diversa dalla mia, che per pochi attimi si è incrociata su un regionale, non sono un attore e anzi devo combattere contro un certo impaccio, spesso e volentieri, penso. Perché sono fatto così, dico.
Verona Porta Nuova mi salva, scendiamo assieme e nel tempo di una rampa di scale dal binario al sottopassaggio mi racconta delle sue quaranta pipe dei suoi mille libri della passione per Sherlock Holmes della sua casa piccola ma ordinata. E' un compulsivo. Single. Un po' folle. Mi stringe la mano e sparisce. Troppe volte mi succede di ritrovarmi nelle stazioni, e di chiedermi cosa sta succedendo attorno. E di non trovare una spiegazione.
Ciao Max, sono arrivato in stazione, ci sei?
Ciao Mattia, cinque minuti e arrivo.