lunedì 26 settembre 2011

Il destino che ci siamo scelti.

Questo progetto di tesi nasce da qualche anno di troppo lasciato per strada, da come sono cambiate le cose, da come la faccia si è asciugata nel tempo. Dalle bottiglie di vodka lungo via Gattamelata, ed eravamo oggettivamente dei bambini, a quando mi hai trovato davanti a psicologia mentre contavo fino a mille per non tornare dentro ad uccidere qualcuno. Questo progetto di tesi supera ogni senso di spazio di tempo, che sembra ieri e tra ieri e oggi è successo di tutto, siamo andati ovunque e siamo tornati sempre qui, il primo giorno come il giorno prima di laurearsi.
Claudia, Niccolò, Lavinia, Stefano, ci siamo conosciuti qui. Alberta, Jack, Federica, Seba, ci siamo ritrovati in molti posti. Ci siamo persi perché ognuno ha deciso cos'era meglio per se stesso, che ci hanno un po' preso in giro promettendoci cose che non sono stati in grado di mantenere, un lavoro e una stabilità che a ripensarci avrei provato a medicina. Per abbandonarla perché siamo fatti di una sostanza indecifrabile, ma che di sicuro non sono sogni, non sono anni infiniti, e soprattutto non è sangue.
Parlavano del contratto implicito al prosieguo degli studi, ma nessuno mi aveva spiegato cosa si prova a stare sopra un palco per davvero. Mentre abbiamo fatto l'abitudine a sentire ministri e sottosegretari che parlano di noi come degli sfigati, un'interfacoltà di merda per gente che non ha voglia di fare niente. E invece noi ci credevamo davvero, almeno fino ad un paio di anni fa. Per cui perdonatemi se ondeggiavo con la sedia durante la discussione, perdonatemi se non sembravo agitato in alcun modo e se giovedì sera stavo a bermi una birra con gli amici.
C'era chi era emozionato anche per me.
E c'è chi si è preoccupato di farmi ricordare per sempre questo venerdì, questi anni che son passati, questo progetto di tesi, questi esami, quel prof che se ne è andato per sempre una settimana fa, quella prof che invece è ancora tra noi nonostante le nostre maledizioni, quelle mattine eterne, quelle mattine buie, quei pochi mercoledì da leoni che però a chiudere gli occhi sono sempre qui.
Mancano ancora dei passaggi, manca la coscienza di aver terminato un qualcosa che ti accompagnava da sempre, da quando non avevi memoria. Resta il tempo che ci serve per comprendere quale sarà la prossima mossa, anche se il destino che ci siamo scelti, ce lo siamo scelti da un pezzo.

venerdì 2 settembre 2011

Qualcosa di definito.

Sai, oggi la linea tra il mare e il cielo è meno definita del solito, sono svariati azzurri che si mischiano e si sovrappongono. Come le tonalità di grigio e di nero tra le nebbie estive, in quella strada sempre uguale che si perde nella campagna e arriva fino alla salaprove, nell'estrema periferia del nostro mondo. Dove c'è un dialetto diverso, dove ci sono io e la musica che decido di ascoltare per arrivare sconvolto a dilaniarmi le orecchie tra due amplificatori accesi e una manciata di ascoltatori dalle molte zampe.
Gigi ha paura dei rospi, a me fanno schifo i ragni, e non c'è modo di farseli piacere.
Un po' come quando vorresti smettere di amare o di odiare qualcosa anche se sai bene che è una guerra persa in partenza, e anche vincere una battaglia sarà un'impresa.
Però le frasi potrebbero essere più corte, più definite. E invece i giorni si allineano come i chilometri percorsi, tutti uguali, sacrificati ad un qualcosa di più profondo che è così profondo che non si riesce a distinguere. Come le frasi ad effetto che adesso devo chiedertele in prestito. Come in quei film che si passa da un giorno ad un altro di qualche anno dopo, facendo finta che in mezzo non ci sia stato nulla. Ed invece è proprio in quel nulla, che costantemente mi perdo. Così poco definito, da non sapere se è meglio volarci sopra a quella linea, o nuotarci sotto. Ma forse questi contorni sfocati sono proprio quelli che per adesso ci salvano la vita, mentre decidiamo un posto dove sparire per qualche giorno quando sarà il momento, anche se non lo abbiamo ancora trovato.
Oggi è un giorno strano, dove la pelle è più sottile, dove ho cominciato a fumare prima del solito e ho già finito mezzo pacchetto.
Oggi è un giorno sfocato, dove mi piacerebbe attaccarmi con le unghie a qualcosa che c'è.
Un tavolo è un mobile con una superficie piana, di solito con quattro gambe, di solito in legno, se parliamo di tavoli seri. C'è stato un tempo in cui non stavo mai fermo ed ero alto esattamente quanto il tavolo della cucina, e prendevo tutti gli spigoli, continuamente. Non c'erano onde lunghe, non c'erano ombre lunghe, c'ero solo io che correvo inseguito da nessuno e curvavo sempre troppo o troppo poco e ogni volta mi schiantavo.
Ecco, quando penso a un qualcosa di definito, oggi è un qualcosa del genere.

giovedì 1 settembre 2011

Frammenti di un agosto mai arrivato.

Un giorno penseremo a queste giornate tutte uguali, e ci rideremo su. Magari con una birra in mano e con i piedi immersi nella sabbia calda di un altro agosto, perché questo che è già passato, in realtà sembra non essere arrivato mai.
Non siamo mai stati così pallidi, poche altre volte ci siamo sentiti così ripagati nel dividere le nostre giornate tra un computer e un miliardo di appunti scritti peggio del solito.

venerdì 29 luglio 2011

La seconda tragica Rovigo

Ricapitoliamo, così da non perdere niente. Che i giorni passano.
Siamo in quest'estate di inizio autunno, e non dormo la notte. Perché quando siamo lontani sgomitiamo per avvicinarci, per poi allontanarci ancora tra aerei, treni e biciclette rubate.
Non dormo la notte per una tesi che corre tra decine e decine e decine di fogli sparsi e di appunti indecifrabili, occhi che si incrociano, croci su questionari duepuntozero e incazzature vecchio stile. Vivo Bologna con il contagocce perdendo il conto dei drink che mi passano per le mani, e ad ogni viaggio la scrivania della cripta trabocca di pile scoordinate di cose da fare. La scrivania, mentre ci derubavano in cambio di due fette di melone in riva ad un parcheggio, la immaginavamo piena di qualcos'altro.
Questa mattina devo andare a Bologna, questa mattina mi è arrivata una multa. Presa a Bologna quando sbagliavamo strada e prendevamo tutte le ztl del mondo. E' successo solo una volta, in realtà, ma le telecamere non dormono mai soprattutto quando passiamo noi, e con precisione quasi chirurgica ci presentano il conto. Dopo averti fatto sperare per sessanta giorni, dopo che avevi cominciato a provare a rimangiarti le bestemmie che avevano riempito la macchina quel lunedì sera. Non lasciare e raddoppia.
Questa notte il vento mi ha aiutato a intravedere l'alba con le cuffiette nelle orecchie e le mani incastonate nel mac e nei grafici con imprecisati break even point.
Questa mattina il regionale sbagliato da Chioggia a Rovigo si è incastonato alla stazione di Loreo. Mezzora fermi a guardare il nulla fuori del finestrino. Sono arrivato a Rovigo giusto in tempo per vedere il regionale veloce ma altrettanto sbagliato partire verso Bologna.
Questa mattina, ho odiato tutte le mattine del mondo.
Vado a prendere una rivista a caso all'edicola chiusa per ferie della stazione.
Mi chiudo in bagno ad imprecare, ci resto cinque minuti buoni.
Vado a farmi un giro fuori, nel nulla del nulla di quella Rovigo da film che non vorresti mai vedere. La polizia locale sta riempiendo di multe tutte le macchine parcheggiate dalla stazione in giù.
Mi butto nel primo parchetto che trovo, che non ha nulla di un parchetto. La bocciofila e la sala biliardo, dove un giorno abbiamo deciso di farci insegnare come si gioca. Sia mai che Catellani voglia fare una partita, uno di questi giorni.
Dicevo mi butto nel primo parchetto che trovo, lontano dalla polizia locale e dalle rumene che bevono birra in bottigliette di plastica. E ci fumo pesantemente sopra. E mi ritrovo a vagare ancora in una città deserta, sempre nei soliti posti, è sparito il monumento nella piazza ma in compenso stanno ristrutturando tutto e quindi tutto è un cantiere.
Nascondo gli occhi arrossati con gli occhiali da sole, aspetto che l'ennesima attesa si assottigli.
Più che una città, Rovigo mi sembra una personalissima condanna.

Il cielo è azzurro tutto intorno, tranne a Bologna. Sopra Bologna c'è una nuvola scura, grigia, gonfia. Mi incammino con la borsa che mi sega la base del collo, come ogni volta. Prendo strade parallele e scorciatoie nascoste, la velocità di crociera sotto i portici di via Indipendenza è prossima alla retromarcia.
C'è questa scena raccontata da Mimì in un suo libro, lui e Leo che pedinano una bella ragazza. Leo spiega quanti particolari si possono capire, semplicemente osservando. Leo capisce che è bolognese perché evita le arterie principali, e si concentra sulle vie capillari, per fuggire dalla ressa, perché sa dove andare. Questa cosa di sapere dove andare. Di evitare gli ingorghi, è una cosa che mi è sempre piaciuta. Cronometrare le varie eventualità. Scegliere la migliore della settimana. Riproporla, migliorarla, senza accelerare il passo.
Per le calli di Venezia, sarebbe impossibile.
Entro in strada maggiore e al caldo si aggiunge la pioggia, arrivo in cripta che sono moderatamente bagnato.
Ricapitoliamo, così da non perdere niente.

giovedì 30 giugno 2011

Capire troppo.

Ti riempirò di fiori, con la terra e i vasi, così da essere sicuro di non mancarti.
Ci riempiremo di domande su cosa vogliamo fare di questa estate, che prima non arrivava mai e adesso un po' ci sfugge, che a Padova sono quaranta gradi e ci stiamo sciogliendo per niente, che a Bologna non si può stare in casa, che poi tecnicamente la casa non è neanche mia. A Milano dici l'asfalto scotta anche attraverso i sandali, qui ti rispondo il cervello ha preso fuoco anche con l'aria condizionata accesa. E attorno a tutto questo restano delle mail a cui rispondere e le newsletter che non abbiamo mai voluto ricevere, e cose da sistemare e caffé da prendere senza curarsi troppo di darsi delle priorità.
C'è Marco che ha venti mesi e non capisce troppo ma senza dire niente colonizza la spiaggia, e ci giochiamo insieme costruendo castelli di sabbia che durano qualche secondo. Il tempo per permettergli di schiacciarli con le mani, e la bocca incrostata di sabbia. E non capisce troppo perché non ti sente nemmeno quando lo chiami, a meno che non gli convenga, come i gatti. E ride e infila la testa nella sabbia, come gli struzzi, forse proprio perché non capisce troppo. Mentre smetto di chiedermi perché sono andato a studiare in spiaggia, che forse non capisco troppo nemmeno io.
Strumentali nelle orecchie, pensieri che sfuggono, parole che non dici, ma che ti porti dentro. Pensieri troppo veloci per fermarli su un pezzo di carta, su un foglio excel, sul display di un cellulare troppo vecchio per funzionare ancora. E intanto Marco cammina tra gli ombrelloni, sbanda di tanto in tanto, scivola ma non piange. Tutti lo controlliamo da distante, senza intervenire. Sarà che secondo me non capisce troppo, ma sembra aver capito tutto.

sabato 25 giugno 2011

Ottavina a cinque sponde.

Il nuovo me non perde treni, semplicemente i treni proprio non passano. E allora impariamo a giocare a biliardo all'italiana in un bar del dopolavoro ferroviario di Rovigo, per ammazzare due ore altrimenti infinite. Un bar di cinesi dove un bianco costa 80 centesimi. Dove i vecchi che giocano a carte ti spiegano i punti e ti guardano come un coglione quando sbagli un tiro facile. Che non sai usare i diamanti per le sponde. Che l'ottavina a cinque sponde ho dovuto andare a guardare su google che cos'è, e adesso che lo so posso assicurarti che non mi verrà mai, neanche dopo trent'anni di partite. Che se colpisci di taglio poi caramboli con la rossa, colpo al boccino e il filotto è servito. Facile no? Svariati punti, che non so contare.
Il nuovo me cammina di notte, per tornare fulminato a casa mentre il sole comincia a sorgere dopo lune rosse e venerdì neri. Entra nei sogni altrui e nei libretti universitari. Nei crediti che mancano per laurearsi. Nelle mail che non mi mandi e che mi lasci qui ad aspettare un giudizio che arriva sempre troppo tardi.
Il nuovo me è una canzone che dura troppo poco e un po' dispiace, perchè ha un incedere un testo un suono di quelli che potrebbero durare anche dieci minuti. Mentre te ne vai da una parte all'altra ed io ti aspetto qui, mentre ho detto addio a certi portici e a certe strade per poi tornarci e dire era solo un arrivederci, sono il solito esagerato.
Il nuovo me è sempre quello. Fondamentalmente ha solo i capelli molto più corti.

mercoledì 1 giugno 2011

Forse di maggio, resterà solo questo.

Guarda che maggio è passato. E i tramonti non arrivano mai mentre scattiamo troppe volte su e giù per le stesse strade, da mattina a sera, ancora. Che poi ci passano davanti momenti da riempirsi gli occhi, i colori decisi delle case ai bordi della laguna, la tua inaspettata guida sportiva. Gli agguati dei carabinieri e i posti di blocco nei posti più improbabili che verrebbe da chieder loro perché hanno scelto di mettersi proprio lì, mentre continuiamo a parlare delle nostre cose con la radio troppo alta. Andiamo a controllare tutti i sensi di marcia invertiti, le rotonde e i leghisti che nei santini elettorali hanno la città nel cuore e il cuore a destra. E tutti gli arancioni che a seconda del luogo hanno significato una prevedibile sconfitta ed un'esaltante vittoria, solo per una questione di chilometri. E alla fine dovrai trovarti un lavoro, anche tu. Ma ho i miei dubbi.
Sai, non me ne sono reso conto che maggio è passato, ma ho visto i tuoi occhi, e ho sentito il tuo sorriso appoggiato alla mia spalla, uno scalino più in basso così siamo alti uguali. Forse di maggio, resterà solo questo.

giovedì 28 aprile 2011

Ci guardiamo dentro per cercarci un po'.

A volte sono solo sensazioni. Come quelle di raccontarci le nostre collassate più improbabili tra corriere di pendolari e piazze storiche, come svegliarsi una mattina con quell'agitazione tipica della stazione di Milano. Ci guardiamo dentro per cercarci un po'. Ci guardiamo lo stomaco pieno di nodi, se vuoi. Che ceneremo domani, che adesso no. Che adesso mi tengo questa agitazione tipica di quelle primavere che non sono così distanti, mentre questo cielo sembra ci voglia bombardare, che adesso mi tengo questo paio di bacchette un po' sbucciate e questo tappeto rosso che non si può guardare. Mi manchi perché avremmo potuto fare indigestione di noi, fossi rimasto qualche giorno in più. Mi manchi perché in certe occasioni sembra che non sia partito mai, anche viaggiando con due fusi orari diversi, anche quando mi ritrovo in sei contro uno, anche quando non ci sentiamo quando vibrano le pelli dei tamburi.
A volte sono solo sensazioni, a volte c'è solo uno sfrenato bisogno di partire verso qualche parte. Non importa dove.

mercoledì 13 aprile 2011

Per smentirvi.

Amore abbiamo preso la pioggia e davvero sono dieci gradi in meno di dieci minuti fa.
Amore quel treno è perso per sempre, non passerà mai più è perso per sempre ,come i testi delle canzoni di merda scritti sbagliati sulle saracinesche dei negozi chiusi. Cancellati come noi certi venerdì sera. Ma da dietro il vetro e le inferriate leggère c'erano quei colori gonfi di gialli, colori di legno di chitarre acustiche di violoncelli scordati di batterie prestate. Ci siamo dimenticati di fotografarli. Per smentirvi. Sembra un mondo a parte, un mondo dentro un altro mondo che siamo noi con i nostri mal di testa e con le nostre agende piene di cancellature e di asterischi e di impegni così ravvicinati da prendersi a pugni, e quando inventeranno il teltrasporto sarà sempre troppo tardi. Così non avremo i minuti contati per abbracciarci e per urlarci dietro e per rotolarci dormendo nel letto. Mi vedo riflesso sul vetro della finestra, scelgo con cura uno dei cinque mazzi di chiavi che compongono le mie giornate. Ha ragione Fiorenzo Stige dei Bachi da Pietra è l'ennesima dimostrazione di manifesta superiorità.
Sono giorni che penso a voi, esercito di santi geniali e maledetti. Riflesso nelle vetrine illuminate delle pasticcerie veneziane, nei bicchieri di vino che profumano di panettone o di pompelmo. Nei monologhi in macchina che ogni tanto, in coda nell'ora di punta in ogni zona industriale del veneto orientale, verrebbe quasi da asciugarsi gli occhi.

giovedì 31 marzo 2011

Che bell'inganno sei anima mia.

Alla fine il treno diventa quel luogo neanche troppo immaginario in cui smetto di pensare e comincio a scrivere. Su questo regionale in cui ci ho dormito, dove ho sproloquiato telefonate chilometriche verso tutti gli angoli d'Italia il più delle volte verso casa, dove ho preparato esami dagli esiti impensabili, dove ho immaginato infinite vite parallele, in ogni stazione, in ogni campagna.
E questa mattina è cominciata presto con De André nelle orecchie, con il professore che arriva con mezz'ora di ritardo e mi offre il caffé. Che ne ho bevuto uno dieci minuti prima ma va bene lo stesso. Dice che i lavori che ho preparato l'anno scorso adesso glieli somministra agli studenti di quest'anno, poveri loro, quelli che gli spedivamo ad orari improponibili e che poi erano orari in cui lui mi rispondeva immediatamente.
Gli ricordo che anch'io sono ancora uno studente ogni tanto, e lui mi risponde che ogni tanto è un professore ed è contento di sapere che non è l'unico a vivere in un colpo solo due o tre vite diverse. Anche se l'idea di tirare le somme a questa catastrofica carriera universitaria rende tutto più leggero, anche un progetto di tesi che l'aggettivo che ho sentito più volte quando l'ho spiegato è stato "utopico", insieme a "bellissimo". Allora alleggeriamo il tutto, e ci vediamo ogni tanto, e ci vediamo a Milano, al concerto. O a bere un altro caffé che il prossimo lo offro io. E poi ti telefono e ti racconto, così la strada tra l'università e la stazione sembra più corta, e poi mi arrivano messaggi su messaggi di gente che ha deciso di cercarmi proprio in quei tre minuti. Che lo abbiamo citato mille volte e in stazione mi viene a prendere Moltheni, tra un po'. E ovviamente adesso mi chiama per dirmi che è incastrato a casa e allora mi invita a pranzo. Con io che improvviso una conoscenza esagerata delle viuzze di Bologna, che chissà magari arriverò per cena. Mentre partono telefonate involontarie oltre l'oceano atlantico, e ti tratterò bene, e dorme la madre con il figlio in braccio e il figlio è enorme e avrà tre mesi al massimo. E continua questa cura di De Andrè e ogni tanto sbuca Fossati. Che bell'inganno sei anima mia, che bell'inganno per fortuna ci siamo ripresi appena in tempo e l'anima te la cedo volentieri, basta che ci vogliamo bene.
E ripenso ai commenti lunghissimi a cui non so rispondere, mi do tempo due settimane ma magari la prima volta che torno un po' ciucco le parole verranno. Che il concetto non è poi così complesso, e a pescare ci sono andato una volta. Anima mia, che bell'inganno sei.
E poi guardaci siamo qui a sopravvivere tra gli scioperi, sono passati due giorni e molte cose sono state sistemate, contro ogni previsione. Con questo sole e questi tramonti lontani, camminiamo in questa primavera ritrovata, anche se la borsa pesa un sacco ma non mi lamento e mi piacciono i tuoi commenti. E sei mesi sono passati, tanto per tornarci, tanto per tornare a quel nucleo di dolore che si attacca al cuore. Non fatemi pensare, e tra un anno spero di esserci, che non ho problemi a dirti che mi hai convinto. Sarà l'esperienza, sarà l'inesperienza, sarà che chissà quali saranno i miei prossimi scarponcini.
Che bell'inganno sei anima mia.

giovedì 17 marzo 2011

Della pioggia e degli anni che passano.

Poi ripenso a Trieste e alle sue vie in discesa piene di lavori in corso. Alla cassa della batteria che la vedo rotolare allegramente e che la vado a riprendere una trentina di metri più sotto. Alla cassa della batteria e al mio fegato e a mia madre quando le parlo del tempo. Della pioggia e degli anni che passano. A chiedersi se sono nati prima certi bar o le persone che ci bevono dentro da trent'anni. Mentre mi racconti di una mano a poker di venticinque anni fa, quattro re contro una scala reale e la possibilità di tornare a casa con una casa in più. E io ti racconto di quando venticinque anni fa non possedevo neanche quel briciolo, diciamo, di materialità per poter piangere mangiare riempire i pannolini dormire. Produci consuma crepa.
Cambia registro, scrivi in cinque minuti quaranta cartelle dopo che per quaranta giorni hai scritto cinque righe e ne hai cancellate tre e una ci hai pensato un po' e poi l'hai lasciata per non sentirti troppo inutile. A dirsi che scriviamo al computer perché ci siamo disabituati a usare la penna e dopo due minuti cominciano a venirci i crampi alla mano. E generalmente abbiamo una grafia troppo indecente che a volte non capiamo neanche noi cos'abbiamo scritto. Che poi sul più bello finiscono i fogli e allora cominciamo a scrivere ovunque anche negli angoli delle strade e una volta ho finito una frase dipingendomi le braccia.
Mi dici ti vedo un po' svampito forse ultimamente ti stai facendo un po' troppo e io ti rispondo ma che cazzo dici e intanto mi dimentico dove abiti, e intanto abbatto le biciclette parcheggiate,e intanto è una cosa che penso anch'io.
Bisogna essere liberi e democratici e i discorsi di Pertini che valgono più di una bandiera attaccata al rovescio per festeggiare un compleanno che non sentiamo nostro. Come festeggiare i quarantanni anche se vorresti spegnere quindici candeline in meno. Bisogna capirci quando i tuoi respiri sono troppo cadenzati e quando ti sfioro ma non riesco a toccarti mai. Quando ti saluto ma non mi stai guardando.
Come quando mi telefoni per chiedermi com'è andata la serata perché dalle nove della sera alle nove del mattino dici hai un piccolo vuoto di memoria.
E tutti i miei tu che sembrano un telefono occupato.
Perchè siamo così bravi ad eludere i buttafuori e a deludere i gestori, che quindici euro sono troppi per un tributo e per scansare le sigarette che mi tiri dietro. Che ci siamo conosciuti così e lei non ci crede e invece ti ricordi ero uno sbarbo pieno di sogni di gloria. Mentre adesso mi si dice che sono cattivello e che quindi il mio giudizio non è da sottovalutare.
Poi ripenso ai miei cachet ridicoli quando suonavamo per venti euro, quando vigevano i prezzi imposti dei biglietti, quando a Vigevano ci ricordavamo di qualcuno che non vediamo più da ventanni ma che forse abita ancora qui. Quando siamo troppo uguali a quegli ideali sconfitti che sembrano certi libri di Wu Ming.
Quando ho sognato che eravamo io e Fiorenzo sul palco dell'Estragon e si era inceppata la macchina del fumo e sembrava di stare in un pomeriggio autunnale nella campagna dietro la salaprove. E finiva il pezzo e c'erano quattro vecchi seduti su quattro sedie in mezzo alla sala deserta. Che ci applaudivano e ci chiedevano il bis. Pensa che non ho avuto il coraggio di raccontarlo a nessuno e poi l'ho scritto qui.
Qui che tra un paio di minuti saremo a Rovigo e un po' mi prende male.
E ho finito i fogli.

sabato 5 marzo 2011

Annarella.

Sarà che quello che abbiamo cucinato questa notte alle quattro, più che uno spuntino sembrava una cena mancata, sarà che adesso il cielo è bianco sopra i tetti delle case e un cielo bianco non promette mai cose troppo positive, saranno i mozziconi di sigaretta abbandonati nel posacenere in salotto. Saranno le nostre conversazioni infinite sugli stati d'animo e sugli stati d'angoscia. Sarà il caffè che scalda le vene e le mischia alle parole che non riusciamo a dirci, alle parole e ai concetti che abbiamo in testa e che non ne vogliono sapere di uscire seguendo un qualsiasi filo logico. Saranno i Calexico e le discussioni serie se è nato prima l'uovo o la gallina, e se noi nello specifico ci sentiamo più materiale da frittata o volatili domestici. O semplicemente se visto come vanno oggi le cose nel mondo, già solo spaccarsi la testa possa essere una soluzione accettabile, che di quello che ne viene fuori ce ne occuperemo con calma, poi.
Saranno le vostre guide sportive o la Vodafone che mi chiede di tornare offrendomi irripetibili affari che mai in dieci anni mi hanno offerto, o ancora meglio quelle ore passate a litigare fino a che i semafori torneranno verdi e potremo ripartire. A perderci ancora nelle campagne addormentate per quelle stradine tormentate che forse non hanno nemmeno un nome. Che dovremmo darglielo noi. Nelle vie di una cittadina spazzata dal vento e dal mare, a calcolare quanto potrebbe essere vasto un isolato e quanti isolati ci potrebbero essere da un punto x a un punto y, che poi siamo noi. Nel mio cuore ci sono parecchi isolati e un'autostrada, con tu che la percorri come sempre guardandoti un po' in giro che sembra che seguire la carreggiata sia l'ultimo dei tuoi pensieri, con io che senza che te ne accorga mi puntello sul sedile, che non si sa mai. Anche se mi fido, che il tempo ci ha stretto e niente è stato perso, mai, e tutto quello che abbiamo raccolto con gli occhi lo abbiamo messo dentro scatole ben confezionate, decorate con le pagine strappate di un vecchio libro e immerse nel tè, per farlo sembrare ancora più vecchio.
Dimmi, non è così? Con Annarella che nei tuoi sogni smette di essere solo una canzone e diventa una specie di consacrazione, un passaggio di consegne. Sarà che è così semplice da suonare. E dimmi, soprattutto, se è colpa degli anni che ci scivolano addosso o è colpa nostra che non ci prestiamo troppa attenzione. La rivoluzione, amore, la rivoluzione, la presa della bastiglia, noi siamo la rivoluzione, senza comunicati stampa, senza dire che bisogna vederci meglio e vederci prima degli altri. Semplicemente dobbiamo scendere in piazza, ad abbracciarci tra il rumore degli spari, sotto questo cielo bianco che promette quello che deve promettere. Al massimo qui è pieno di portici, per prendere fiato.

venerdì 4 marzo 2011

E tutte quelle cose che non ci hanno detto.

Ti ho visto seduto nell'unico vagone ancor prima di cercare un'obliteratrice funzionante in tutta la stazione di buttare la sigaretta tra i binari e di salire sul treno. E mi sa che te ne sei accordo anche tu, di chi c'era oltre il finestrone. Erano anni, che non ti vedevo. Abbiamo auspicato di prendere le nostre strade e di non salutarci più. E' passato più di un lustro, ora che siamo prossimi ai cinque e quindi possiamo conteggiare così. Dopotutto c'è stato un tempo in cui conteggiavamo i cachet dei concerti in piastrelle. E proprio per il tempo che è passato, per tutti quei fili che abbiamo tagliato dando fuoco ai libri di greco e di scienze della terra, che mi sono ritrovato seduto nella fila di fianco alla tua, con te nella solita postura da giovane terribilmente vecchio, le gambe piantate, il corpo leggermente in avanti. Odioso quanto la postura che ho assunto io, più rassegnata, meno sbruffona di un tempo, o forse di più. E ci concediamo un resoconto fulmineo di questi cinque anni abbondanti, per ritrovare, senza capirci bene il perché, che nelle nostre strade diverse in certi guadi eravamo entrambi finiti con i polpacci in acqua. Che ci siamo portati dietro e dentro delle cose che ci hanno segnato entrambi, anche se non le avevamo colte quando ce le avevano dette, spinte dentro a forza. E tutte quelle cose che non ci hanno detto, soprattutto. Così cambiano i treni e si trovano le coincidenze, ritrovo la tua ipertensione per le cose più abitudinarie, avrai ripensato a quando a ragione non ci sopportavamo, ma sembrano cose dimenticate in una soffitta e ritrovate troppo impolverate per attribuirci ancora un qualche valore. Mentre le distanze si accorciano fino alla prossima stazione. Piuttosto che augurarci sedicenti e reciproche fortune, mi ragguagli sul dove fanno la cocacola e che nonostante anni da accaniti peccatori bisognerebbe redimersi e zuccherare qualche altra acqua, e ci stringiamo la mano con quel tono cerimoniale che fino a qualche tempo fa avremmo pensato fosse il marchio ineludibile della vecchiaia e che invece ti accorgi che è la mossa definitiva. Quello delle piastrelle di prima direbbe una virile stretta di mano. E poi, in fondo, lo sappiamo tutti che sei sempre stato vecchio.
Arrivando a casa l'autobus ha preso tutte le buche dalle due torri a mazzini, mentre scopro che il tramonto arriva molto dopo di quando avrei pensato. Sorrido.
Ci sono bottigliette vuote di cocacola ovunque, sul tavolo in cucina, sul divano, una in bagno. Rido. Mi accendo una sigaretta.
Rido più forte quando trovo l'ultima a separare i vinili dai cd.
Dici che a volte dovrei togliere l'iva alle cose che mi succedono per riuscire a vederle un po' meglio, per non provare a costruirci attorno una piramide con le carte solo per il gusto di tirarle fuori dalla scatola. Allora aspetterò i tuoi passi sulle scale, mentre con le bottiglie vuote e una inspiegabile pallina da tennis ho ammazzato il tempo, per un po'. Non avevo mai pensato quell'appartamento adatto per il bowling. Che è una pratica particolare, indubbiamente. Che poi ne parlava anche Moltheni, quando ne esisteva uno.

sabato 26 febbraio 2011

Perché come dicevi o il titolo ti viene subito o tanto vale non metterlo nemmeno.

Forse è davvero ora di prendere in mano la penna e i fogli bianchi. E di prendere le misure ai quartieri come te che disegni le case che mancano sulle piantine. Disegnami una faccia sorridente che vada oltre i venerdì sera congelati dal vento, oltre le vetrine scontate e le corse verso la stazione. Forse ho perso qualche cosa, qualche cuore, qualche connessione. Ma di strada ne ho fatta poca e quindi saranno qua intorno.
Credimi è dura.

mercoledì 9 febbraio 2011

Miglioramento

Le nostre ombre sotto i portici con il sole e con gli autobus. Ho sempre sognato di prendere un autobus barrato, mi hai detto. Sono giri infiniti tra le migliori catene di montaggio che altri chiamerebbero pasticcerie, a immaginare vite parallele e a dirci che se si fermasse tutto così almeno ci resterebbero i sorrisi. Girando come persone normali tra mercatini affollati. Niente materassi sporchi, abbiamo cambiato le lenzuola, abbiamo aperto le finestre, abbiamo sistemato gli angoli, che questo precariato esistenziale sembra essere diventato una moda piuttosto che uno status da cambiare, che avevamo liste chilometriche di cose da migliorare. E ci perderemo ancora tra paesaggi di campagna tutti uguali, nei banchi di nebbia che avvolgono solo noi e gli sterminati incidenti sull'A4, tra i telefonini morti che tra tre giorni saranno ancora morti e verranno rimpiazzati. Senza costruirci sopra leggende millenarie anche se pure loro hanno avuto, come dire, una certa utilità sociale.

lunedì 31 gennaio 2011

Del tempo.

Poi mi dirai che non ci sarà più tempo. Nemmeno quello che amministriamo qui, tra un viaggio e l'altro. Dovremmo fotografarlo, il tempo. Dovremmo fotografarci adesso, per ricordarci tra vent'anni. Quando tutto questo sarà finito e i baroni se ne saranno andati. Quando i professori ci risponderanno alle mail. Quando proveremo ancora tutti i giorni e ancora tutti i giorni non ci peserà. Quando non avremo più freddo.
E allora ci sarà qualcos'altro per cui lamentarsi, ci sarà un'altra battaglia, un altro libro proibito, un altro scandalo. Fortuna che una Juventus peggiore di questa significherà solo smetterla di perderci tempo a sperare che tutto torni normale. Perché questo è il dramma dello juventino, l'idea che quello che sta succedendo sia una parentesi, che passerà come passano gli inverni. Che l'Inter tornerà a comperare sedicenti fenomeni sudamericani, per una qualificazione tranquilla in Europa Leaugue. Che torneremo a gioire per i gol di un attaccante vero, che forniremo la squadra per i prossimi mondiali, non che pezzo per pezzo ci compriamo la squadra che li ha vinti cinque anni fa. Questo, è il dramma, l'idea che ci sarà un tempo diverso, che le cose naturalmente torneranno a scorrere.
Dovremmo fotografarci ora, per vederci fra vent'anni. Magari mi sarà cresciuta la barba, e qualcuno ci avrà fisiologicamente lasciato.

lunedì 17 gennaio 2011

Sera sulla Karl Johan.

Come i quadri di Munch che hanno sempre qualcosa che stona. Un albero un volto un paio di baffi. Come noi. E le nostre sveglie ad orari improponibili per le gite fuori porta le domeniche mattina. Come i quadri di Munch e quegli occhi spiritati, e i quarantasette messaggi al minuto che ci si scambia per lamentarsi un po'. Di come stanno le cose ed è da tanto che le cose non stanno come vorremmo noi. Mentre la nebbia ci entra nei cappotti e tu svieni in macchina per un'ora abbondante.
Abbiamo trovato la camera di Napoleone e dei pesci giganti, fermandoci tra i quadri abbandonati da tutti gli altri visitatori. Che ogni tanto ci incrociamo tra una stanza e l'altra e un po' fingiamo di non conoscerci un po' ci abbracciamo.
L'arte è il sangue del proprio cuore diceva Munch.
Non parlare di corde a casa dell'impiccato dici tu.
Io non dico nulla e al massimo passo le notti con gli occhi sbarrati. Per ora noi la chiameremo felicità?

domenica 9 gennaio 2011

Dei ritorni.

Sabato, 8 gennaio 2011, pomeriggio.
Rovigo che città di merda. Dimenticati qui perché l'unico treno soppresso da questo pontelungo di epifanie di giovedì è il regionale storto che zoppica verso Chioggia. Il tabellone delle partenze non mente, dimentico di Chioggia e di quella littorina che potrebbero anche sopprimerla del tutto, così per evitarci il peso dell'illusione di esserci quasi arrivati, a casa. La stazione in mattoncini rossi uguale a quella di mille altre città italiane, uguale a quella di Ferrara, a quella di Arezzo. Solo che qui troppe volte ci sono rimasto bloccato, solo che qui il bar è chiuso anche il sabato. Lavorare con lentezza, non lavorare. Che ci viene da impazzire con l'ipod scarico e 54 di Wu Ming, che leggerlo per cinque ore di fila sarebbe umanamente troppo anche se è l'ennesimo libro della madonna, e la chiavetta internet prosciugata fino a domani, e tu che al telefono mi dici che potevo controllare, come fosse il primo treno che prendo in vita mia, e allora gli eco dei miei porcodio rimbalzano nel sottopassaggio fino a tornare indietro.
Mattoncini rossi e mi incammino a testa bassa sotto un cielo bianco, come quando scherzavamo sul venire ad abitare qui, che Rovigo è a metà strada tra tutti i posti in cui potremmo andare, così a metà strada che la stazione è lontana da tutto e da tutti, un monumento appassito all'alluvione del '51, un cinese che urla e sbadiglia seduto al mio fianco, un viale spoglio fatto di marciapiedi distrutti e alberi spogli e sconnessi. Sulle panchine del viale stanno capannelli di rumene che bevono birra di quinta scelta, vestite di grigio e di marrone. Sembra di stare in qualche città dell'est dimenticata da dio, una Zilina ancora più brutta dove la differenza sostanziale è la segnaletica che ci avrebbe portato ad Odessa, mentre qui al massimo potremmo finire a marcire ad Anguillara. Non che Sottomarina sia più originale. Sullo sfondo una chiesa che sembra fatta con gli stessi mattoncini della stazione, o viceversa, alla fine del viale. Attorno, davvero, il nulla. Magari ci si sbaglia ma lo spiazzo della chiesa sembra una rimessa per gli autobus. Rovigo che città di merda. Claudia fa pompini a dieci euro, così scrivono sopra i cartelloni pubblicitari sbiaditi, ci sono degli A4 appesi da qualche bambina innamorata dei 30 Second To Mars su autobus da imbastire per andarli a vedere in concerto, dei vecchi bruciano in uno spiazzo qualcosa che a giudicare dal fumo nero non sembra legno.
In tasca ho banconote di un taglio troppo grande anche per i distributori automatici di schifezze, così l'unica cosa che riesco a ingurgitare con gli spicci nel cappotto è una kinderdelice, e il thè fatto male fatto in fretta stamattina. Che ieri è stata una chimica continua, che ieri è tornata Marcella ed è stato un piacere scoprire di non saper ancora aprire con il citofono il secondo cancelletto d'ingresso. E abbiamo scoperto la magia dei Diaframma, che pensavamo fossero uno scherzo come i nuovi Litfiba, e invece quel Federico Fiumani lì ha dimostrato di saperla enormemente più lunga di tutti gli sbarbi su piazza, me compreso. Che scatta come un iperteso e si incazza per un finale mancato, che ad ogni inizio si blocca per dire qualcosa che non si sente e poi riattacca, che certi cambi tra strofa e ritornello sembrano modulati con una sega elettrica. Ma sembra di stare nell'88, gente impazzita, gente truccata, suoni cupi e creste nere. E Max Collini. Il futuro sorride a quelli come noi, stampigliato sulla schiena.
Arrivati alla chiesa si può optare per il nulla alla nostra destra e il nulla alla nostra sinistra, un distributore e un best western dai finestroni riflettenti. Un vecchio imbacuccato che sbanda in bicicletta. Sembra uno scherzo. Non sembra vero. Come quando mi fermi e mi saluti e mi dici ciao ti ricordi abbiamo fumato una sigaretta insieme al concerto di vasco a ferrara ti ricordi? E per me è un po' come scegliere se andare a destra o a sinistra davanti alla chiesa dai mattoncini rossi. E no, dispiace anche a me ma non penso suoneremo ancora assieme nei prossimi tempi o forse nei prossimi anni, mischiando frasi fatte a piccole verità che solitamente non si direbbero. Come se un calciatore dicesse cose che escono dalla sua testa e non dall'addetto stampa della sua squadra.
L'unico bar che incrocio di fronte ad un villino abbandonato, è chiuso. Non serve nemmeno bestemmiare che tanto non ci sentirebbe nessuno. Rovigo che città di merda, e non sono neanche le persone, perché di persone ne ho contate al massimo una decina. Padrone vieni a prendermi e ripenso a Fiumani e a quella stretta di mano cortese, un po' timida un po' scattosa, alle sigarette che ho perso chissàddove scalando in bicicletta il ponte di Stalingrado, o schivando il 19, o saltando le precedenze agli incroci.
Non ci sono negozi, non c'è nulla, c'è solo questo viale lunghissimo calpestato dagli autobus e dagli extracomunitari, padrone vieni a prendermi, e un cane che si rotola per terra è la cosa più viva che vedo da un paio d'ore. Come la controllora che nel mio vagone ha fatto tre multe ed eravamo in quattro, e come il cinese che si fingeva morto per non pagare. Come la controllora che stava per dirmi qualcosa sul fatto d'aver invertito le convalide di viaggio sul mio biglietto d'andata e ritorno. Come la controllora che si è fermata in tempo mentre staccava la terza ricevuta ad un tipo che non si capiva da che parte fosse voltato. Chi controlla i controllori, ci avremmo riso su, se ci fossi stata anche tu. Che Adria è comunque e inutilmente lontana, se non nello spazio, nel tempo che intercorre da ora al prossimo treno disponibile.
Rovigo che città di merda mentre la voce metallica degli annunci elenca tutti i treni tranne il mio, che fa freddo al cuore malgrado tutte le leccate e gli addii, come i tacchetti di Felipe Melo sulla faccia di un avversario. Come i maccheroni della madre di Gandolfi. Come i minuti che rallentano e questo futuro che più che sorridere, sogghigna.
Che Fiumani sembra un po' Vasco Rossi prima che si sputtanasse. Che io sembro un pazzo col mac e gli occhiali da sole e il sole che scende sulla campagna, in una sala d'aspetto che in realtà sono tre panchine piazzate a caso. Ed è vero, l'odore delle rose è una reazione chimica e se un giorno lo scoprissi non l'ameresti più. Ed è drammaticamente vero, che nel nulla del nulla tra best western distributori rumene autobus cani bestemmie e gole infiammate, io un cazzo di bar aperto non l'ho trovato in un'ora e passa di cammino. Rovigo che città di merda. E al primo rodigino polemico che passa di qui, non aspetto altro.
La cosa allucinante è che come sempre hai ragione tu, se avessi controllato, a quest'ora sarei già a casa. Rovigo che città di merda.

venerdì 7 gennaio 2011

Tartarughe

Un po' perché me lo hai chiesto tu, un po' perché il tempo passa. Un po' perché c'è poco da raccontare dell'anno che se ne è appena andato, che ci ha lasciato dentro un furgone pieno di persone e dei ritorni allucinanti, che ci ha lasciato vuote quelle caselle che prima alcune persone care occupavano. Che ci ha lasciato dei weekend indimenticabili e delle parentesi da cospargere di benzina. Un po' perché di cose ne abbiamo fatte troppe e abbiamo cambiato milioni di vite, solo che forse eravamo troppo occupati a puntare in direzioni diverse, tra mostri verdi e viaggi senza fine. Non ci piacciono queste batterie ma con queste casse il giudizio è incompleto. Non ci piacciono questi freddi e questi letti che tremano. Non ci piacciono le zuppe che bruciamo perché ci perdiamo a guardare fuori dalle finestre. Non ci dispiacciono quei concerti, quelle pedaliere, quei giri sbronzi in bicicletta fino a sbattere contro il garage di casa. Ti ricordi quando camminavamo in mezzo alla neve e al ghiaccio facendo i salti mortali per restare in piedi? E' andata più o meno così, è andata che abbiamo finito quella bottiglia di porto e sono rimasti quei giorni in cui tutto ci sembra finalmente incasellato. E' andata che ci prende un po' male anche quando passeggiamo per i portici o quando tentiamo di mettere in fila una serie spropositata di cose che in fila non ci potrebbero stare. Ma è questo che ci viene chiesto, insieme a quei dischi che registreremo, insieme a quella nomea di stronzo che avevo smesso perché mi dicevi che non era vero, ma adesso che non ci sei più ricominciano i dubbi in proposito. Come quando ci distraiamo un attimo e poi non ritroviamo il filo. Come quando non ci ricordiamo una canzone per mesi. Come quando avrei bisogno delle tue mani.

mercoledì 15 dicembre 2010

Quando la gente è stanca.

Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, mentre microcefalo prende forma tra le pagine binarie di un documento textedit senza fronzoli e senza impaginazioni particolari, mentre litighiamo e facciamo pace brindando con i mash-up di tè, o i mash-up di te e di me e dei discorsi sugli amici di facebook che non abbiamo più. Che i poster sono caduti e li ho lasciati là, che stiamo fuori a fumare una sigaretta e quando ti parlo mi sento diverso, più definito. Finendo a parlare di quanto comodo sarebbe andare in giro dentro una coperta. Finendo a sbagliare le vocali quando ci raccontiamo le mattine.
In un treno che parte di sera e arriva che è ancora più sera che è quasi notte, abbandonato a guardare fuori dei finestroni tutta quest'umanità che cammina, che ha freddo, che fuma, che si bacia, che corre alla fermata, che sale che scende, che dimentica gli ombrelli. Abbracciati sotto i portici questa volta c'eravamo anche noi a fingere di perderci in Mascarella vecchia. Anche se non ho avuto la forza di mettermi a preparare la zuppa. Anche se giriamo con il basso in macchina e a lasciarlo incustodito ci prende più male del solito.
Ieri era un giorno che aspettavamo diverso, invece è andata come al solito. Mentre di colpo ha cominciato a nevicare troppo, che sembravamo dentro ad una bufera. Invece, come spesso accade, mezz'ora dopo tutto era tornato come prima. Fuori dei palazzi, dentro ai palazzi. E per una volta non possiamo neanche dire che è colpa nostra, che parliamo e ci lamentiamo e sobilliamo ma poi ai voti perdiamo sempre. Questa volta non hanno avuto nemmeno bisogno di noi.
E quando la gente è stanca, poi reagisce in maniera scomposta. Come noi.